La quarta dimensione rivista, parte 2 - ovvero "Apologia dell’ozio"
“L’abitudine è una grande sordina”. Quando tempo fa lessi questa frase in Beckett (Aspettando Godot) mi colpì immediatamente per la sua forza di sintesi di un dato fondamentale della condizione umana. In tutte le sue multiformi espressioni, l’uomo è invariabilmente in possesso di una capacità di adattamento ad ogni situazione, anche la più estrema e disagiata; una grande sordina, appunto, che con il tempo e con il reiterarsi di una data esperienza livella tutte le asperità, gli eccessi maligni come quelli benefici per portarli sotto la soglia della norma, rendendoli accettabili.
Questa sorta di oppiaceo naturale, l’abitudine, è quanto di peggio ci sia toccato in sorte.
L’atmosfera di generale disincanto che vive negli occhi, nei pensieri e nella parole della gente, frutto del gattopardesco “niente cambierà mai”, la desolante rassegnazione con la quale fenomeni di mala politica, mala gestione, disonestà sociale vengono subiti, sono frutto dell’abitudine al peggio.
Il peggio è normale, soffiato attraverso la sordina dell'abitudine fino a renderlo accettabile. Lo si subisce come un ineluttabile caso della vita. L’assioma del tengo lavoro, tengo famiglia, tengo problemi, supera e azzera nei fatti qualsiasi volontà (o capacità, speranza?) di cambiamento individuale, giustificando lo status quo. Il tempo, ancora questo tiranno, è già integralmente occupato, in onore all'
abitudine alla produttività (
produttività: rapporto tra il prodotto totale e la quantità di fattore variabile impiegata per produrlo – Dizionario Garzanti), allo stipendio anche basso purché fisso, anche precario purché stipendio, alle bocche da sfamare, e alle altre mille e una motivazioni (o alla
abitudine a certe motivazioni). Ma niente di questo sembra avere una buona “resa” in termini dell’investimento energetico sostenuto: la depressione dilaga (
vedi articolo), perlomeno nelle aree ad alto rendimento. Sembra proprio che il frutto (uomo, mondo) sia stato spremuto fino alle ultime gocce, che abbia ancora poco da dare.
Ecco allora dove potrebbe portare la rivoluzione prospettata in
Apokarev 3; lavorare meno vuol dire, con una tautologia, oziare di più. Oziare di più però non significa necessariamente produrre di meno: solo produrre (e presumibilmente fruire di) beni diversi, tra gli altri una quantità maggiore di oggetti immateriali quali pensieri, espressioni (più o meno) artistiche ed umane. Consumare e produrre altro sfruttando una risorsa davvero inesauribile e pulita: il tempo, che da tiranno diventa schiavo piegato istante per istante ai desideri dell'individuo. Ovviamente una bestemmia, in un mondo in cui la
religione del lavoro ha i suoi proseliti e
fanatici, più o meno agguerriti ed aggressivi, disseminati un po' ovunque e più o meno sinceramente apostoli della loro fede. Un mondo in cui persino i veri ricchi vedono il lavoro come un valore, e proprio in virtù di questo approccio hanno perso il senso della nobiltà del tempo e della persona. Dato che, presumibilmente, alla imminente fine dei tempi questo genere di religione non ci salverà, ripropongo come alternativa il mio gioco che costa poco: se è vero che il sistema produttivo, con la sua scala di valori (efficienza, massimizzazione, produttività - piuttosto che prodotti, addirittura - al posto di tempo: in una parola negotium – con uomini relegati al binomio produttori e/o consumatori -, opposto di otium) ha fallito miseramente nella sua promessa di un mondo migliore abitato da uomini felici, allora, per dirla con Robert Louis Stevenson, "Dobbiamo rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all'interno del difficile mestiere di vivere" ed "E' meglio trovare un uomo o una donna felice piuttosto che una banconota da 5 sterline" (da Elogio dell'ozio, 1877).
Oziare è pensiero, oziare porta consapevolezza, l’ozio porta ad una gestione del tempo diversa, l’ozio è a impatto ambientale zero, l'ozio è attenzione a quel che circonda, l'ozio è contemplazione e apprezzamento. L’ozio non è “il padre di tutti i vizi”, l’ozio non è solo equivalente di (dolce) far niente, l’ozio è – primariamente - un’attività creativa, e certo l’ozio è disprezzato da chiunque ha bisogno di forme più o meno accreditate e accettate di schiavismo, non tanto per perpetrare lo stato delle cose, quanto per determinare il trend delle cose. L'ozio, pere dirla tutta, non viene mai citato nelle campagne elettorali, nelle riunioni di confindustria, nei C.d.A., nelle trasmissioni di Vespa:
l'ozio è un tabù, un'abitudine dimenticata e non così semplice da reintrodurre in un “sistema” che tanto pare averla in odio, ben-pensando che la felicità la facciano altre cose.
Eppure la logica della produttività, dello sfruttamento incondizionato delle risorse, naturali e umane, mostra evidenti i segni di uno sfaldamento, le crepe rovinose di un sistema che ha ottime probabilità di portarci tutti in fondo alla famosa bocca del vulcano. E’ difficile contraddire questo assunto. E allora, ancora: perché non siamo in grado di sottrarci alla logica in questione, dando inizio a questa “dolce rivoluzione”? Cosa ci impedisce di trascorrere questi ultimi sei anni oziando in attesa dell'inevitabile inversione magnetica dell'asse terrestre, piuttosto che imbutandoci nelle circonvallazioni per finire comunque, presto o tardi ma comunque, sotto i famosi
tre metri? Perché insistiamo nel riempire serbatoi di carburante benzina invece di riempire teste di carburante tempo, perché continuare a produrre molto più di quel che serve (sto ancora pensando ad un'autovettura, in grado di schiantarsi a 240 all'ora mentre si ammira da vicino, per la prima ed ultima volta, la
necessaria tecnologia dell'airbag) e oziare assai meno del
desiderato.
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