Diario del viaggiatore maldestro 4.


Repubblica Dominicana, Cabrera, costa nord.

Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

La proposta è allettante. Sono arrivato, con le mie abituali compagne di viaggio - S. & E. -, da pochi giorni in Repubblica Dominicana: gli oltre trenta gradi sono attillati alla pelle come un vestito di lattice, grazie all’umidità vicina all’ottanta per cento. Il jet lag per le oltre dieci ore di volo, unite alle sei necessarie a espletare il viaggio in macchina dall’aeroporto di La Romana, nel sud est dell’isola, alla nostra meta nel nord, Cabrera, non sono state ancora completamente recuperate. Tutto suggerirebbe una unica prevedibile risoluzione: dopo una doccia gelata planare su un confortevole materasso. Invece, improvviso ed inaspettato, si presenta il diversivo a cambiare i nostri piani. Siamo invitati all’inaugurazione di un ristorante dal nome programmatico; il Wish.

Bisogna che io faccia un passo indietro per descrivere l’ambiente in cui ci troviamo.

Cabrera, è un villaggio - pueblo, come lo chiamano qui - che si sviluppa lungo la strada che segue la costa nord dell’isola, dalla punta est, Samanà, fino a Puerto Plata. Come la gran parte dei pueblos dominicani, le case colorate in legno si mescolano a costruzioni in mattoni. La peculiarità di Cabrera sta nel suo essere a tutti gli effetti, tipicamente Dominicana, ma con una vocazione internazionale, testimoniata dal suo recente sviluppo urbano, dall’essere dotata di un parco giochi per bambini, di un piazza illuminata: tutti optional supplementari in un agglomerato che non conta più di cinquemila abitanti. A contribuire a questa doppia personalità ci mettono la loro gli ospiti stranieri del pueblo, in maggioranza canadesi e statunitensi, danarosi abbastanza da permettersi di vivere in quest’angolo caraibico. I turisti, a dire il vero, non sono poi molti, data la scarsezza di vere e proprie strutture alberghiere. Gli stranieri, difatti, vivono qui in vere e proprie ville, (costo medio di una abitazione con tre camere da letto, servizi, cucina, salotto e piscina, circa duecentomila euro) proliferate con il tempo sin dagli anni settanta, quando una prima comunità di hippies canadesi si stabilì nella zona. La vicinanza di uno dei più suggestivi campi da golf del mondo (Playa grande) completa un quadro decisamente esclusivo, nel quale gli abbienti Gringos spendono parte dei loro portafogli.

Il ristorante Wish rappresenta però una cattedrale nel deserto, data l’esiguità della media delle paghe locali (circa duecento euro mensili). Nasce in un’ambiente povero, dove usualmente il commercio si rivolge ai locali; una iniziativa di questo genere, mi dico, deve essere il luogo perfetto solo per i Gringos, per questo l’invito risulta stuzzicante: sarà l’occasione propizia per un’osservazione in dettaglio dell’umanità benestante e varia che popola questo angolo di mondo. Io, S. ed E., del resto, in quanto stranieri (certamente agiati, rispetto agli standard del paese) facciamo parte della crème, che certo il Wish aspira a fidelizzare. Per tutta questa serie di elucubrazioni quindi mi attendo che la Cabrera bene sia degnamente rappresentata all’inaugurazione che promette (gratuite) portate ed assaggi della cucina e della cantina del ristorante appena sbocciato. E infatti non vengo deluso.

Il sindaco (giovane, figlio di un’emigrante italiano) mi saluta all’entrata: l’interno è decisamente esclusivo, con una intera parete tappezzata di vini di pregio. A ornare ulteriormente l’interno ci sono tutti i possidenti che conosco e qualcuno che non conosco. Anche la rappresentanza locale non è poca. Sembra la sfilata sulla croisette, in un tripudio di tacchi a spillo, cravatte e vesti da sera.

Come nostro solito siamo arrivati in leggero ritardo, quindi mi viene assegnato un tavolo da condividere con un altro avventore. L’uomo di fronte a me è corpulento, sarà alto due metri e peserà certo più di cento chili, nonostante sia fondamentalmente longilineo. Avrà circa cinquanta anni ben portati, gli occhi azzurri e limpidi gli donano un’aria benevola. Cerco di attaccare bottone mentre mangio un sushi (ai caraibi), ma il mio interlocutore non ha dimestichezza con lo spagnolo, quindi passo all’inglese, ma anche lì ci troviamo male. Riesco a capire che si chiama Jozef, è slovacco. Quando scopre che sono italiano gli si illumina il volto, e sfodera un’ottima conoscenza della mia lingua. Siamo due mosche bianche, mi dice, ed ha ragione. Siamo gli unici europei. Per la prima volta nella vita sento di appartenere ad un territorio comunitario, con una storia condivisa, con usanze, tutto sommato, comuni. Per la prima volta mi sento orgoglioso dell’Europa. Un parvenu d’elite, insomma.

La conversazione ora procede, ci scambiamo informazioni e Jozef mi chiede cosa faccio nella vita. Io, con la fatica data dalla consuetudine, cerco di spiegare per la prima volta a lui e per l’ennesima a me, come è organizzata la mia esistenza. Ma cerco di glissare, leggermente annoiato ed intorpidito dal terzo bicchiere di vino a ufo, anche se la cosa pare aver suscitato l’interesse di Jozef. Così rigiro la domanda, e chiedo di lui.

La risposta mi scuote dal torpore alcolico; io non faccio niente, mi dice, ho smesso di fare. Ho lavorato per venti anni, molto, ed ora ho finito, ho abbastanza soldi. L’unico problema, quando smetti, è capire cosa fare con il tempo che prima utilizzavi per lavorare. Jozef è un bell’uomo, cortese e un poco timido. In più e miliardario, non fa fatica a farmelo capire e la sua attitudine in merito mi mette a mio agio. Penso a quante donne vorrebbero un marito del genere.

Mi sono svegliato totalmente, la chiacchierata ha preso una piega interessante, così me ne esco con una battuta da simpaticone: puoi sempre imparare a giocare a golf, se non l’hai già fatto. Rido, per dare forza alla banalità che ho sfoderato. Jozef mi guarda dritto nelle pupille con i suoi occhi celesti. Aspetta qualche secondo prima di dirmelo.

Io non posso giocare a golf, perché quattro anni fa ho avuto un embolo al cervello e tutta la mia parte destra è paralizzata, per sempre. Rimango di sale: solamente adesso mi accorgo che la sua mano destra ha una posa innaturale, e sotto al tavolo la sua gamba è distesa. Non ti preoccupare, conclude Jozef, non è un problema ed io non posso fare niente per nasconderlo. Vorrei scavare seduta stante una fossa e gettarmi dentro, ma non c’è tempo, quest’uomo mi chiede se so giocare a scacchi. Gli scacchi, dice, sono l’unica cosa che posso fare. Io annuisco, ho imparato a giocare a scacchi da bambino, dico: non riesco mai a trovare un compagno, ma ora, a quanto pare, ne ho trovato uno. Jozef mi invita a casa sua per il giorno seguente per una sfida a scacchi che ricorderò per tutta la vita.

L’uomo e la sua storia sono ora, se possibile, ancora più affascinanti; non posso declinare l’invito.

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Diario del viaggiatore maldestro - AmericAnabasi #3

Diario del viaggiatore maldestro

Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

Cut-Card
Orlando, Florida - USA
Nuova mezz'ora di trasferimento sulla highway 4 con Tony, arriviamo alla Mall. Scendo con la mia inseparabile valigia trolley, ho tutto dentro questa appendice di me: computer, macchina fotografica, tremila euro (inutili, ma di scorta), vari effetti personali, il biglietto di ritorno. Per inciso la Mall è una sorta di centro commerciale, nel quale entrare, perdersi e spendere - oltre ai soldi - l'intera giornata: l'imperativo è consumare, tempo e dollari. Finalmente qui li trovo: gli americani. La Millenia Mall è una enorme struttura coperta su due piani, con circa ottanta negozi (immancabile l'Apple store), due piazze interne, cinque punti di riposo (tra uno shopping e l'altro il consumatore deve ricaricarsi in qualche modo), una ventina fra ristoranti e fast food. Il primo imperativo me lo detta lo stomaco. E' mezzogiorno, devo mangiare. La scelta (bendata) cade sulla Cheesecake Factory, un ristorante da circa duecentocinquanta posti. Provo a sedermi ad un tavolo, ma immediato un cameriere mi si para davanti: devo passare dalla reception, lì mi affibbieranno il tavolo. Finalmente riesco nel mio intento e, seduto, mi guardo intorno. L'America media si dispiega in tutta la sua potenza all'interno di questo microcosmo. La lingua parlata non è, sorprendentemente, l'inglese. Una buona metà degli utenti e dei camerieri si esprime in spagnolo. L'età media dei presenti è alta. Gli anziani hanno uno standard abbastanza categorico: sono tutti, uomini e donne, in pantaloncini corti e scarpe da tennis. Usciti da qui interpreteranno tutti Cocoon 2008. Anche qui, molti sono obesi. Non faccio fatica a capire il perché: le porzioni sono uno schiaffo in faccia alla fame nel mondo. Ognuna, per i miei parametri, basterebbe per due buone forchette. Ma non è il particolare che coglie maggiormente la mia attenzione. Ogni avventore - ogni singolo avventore - pasteggia a cocktail. In sostanza: l'acqua è la prima cosa che viene portata, gratuitamente e in quantità industriale, con ghiaccio. Poi viene l'ordinazione: si parte sempre dal cocktail (unica variante, la cara vecchia Coke), poi arrivano le portate. E' più forte di me, devo ordinare un MaiLai. Dopo pochi minuti mi arriva ed è buonissimo, credo il miglior cocktail che abbia assaggiato in vita mia. E' in quel preciso istante che sono fottuto e parto a razzo con il resto. Ordino in sequenza un Guacamole (un misto di avocado, spezie, pomodoro,cipolle) con tacos per antipasto e una bistecca (il menù recita: garantita Angus, la razza bovina migliore) con patate e contorno d'asparagi. Le porzioni, l'ho già detto, sono sontuose. Eppure non mi è possibile lasciare nulla nel piatto, e per il senso di colpa e per la fame. E non è tutto: la Cheesecake Factory è famosa per i suoi dolci. Il cheesecake alla fragola che ordinerò sarà il colpo di grazia ai miei sensi già provati: quando esco dal ristorante (conto: 44 bugs, circa 30 euro) la mia prima meta è la zona riposo, dove cado sconfitto per mezz'ora di trance ipnotica.
Al risveglio improvvisa sale la shopping addiction: devo spendere. Prima, la capatina al bagno è d'obbligo: lì rendo i miei 44 bugs alle fogne di Orlando, e rinasco pronto a nuova vita. Una volta fuori e con la leggiadria di una gazzella, mi esibisco in una folle corsa negozio negozio, che decurterà i miei beni di circa 500 (cinquecento!) dollari in regali. La sensazione è netta: ogni negoziante mi accoglie come fossi un Dio, la loro cortesia è addirittura urtante. E i maledetti bugs escono dalle mie tasche come mai prima nei miei gloriosi trentaquattro anni di vita. La risultante è che sono le sei di sera e sono rimasto con poco più di cento dollari nelle tasche. Fortunatamente domani mattina presto ho l'aereo che mi porterà via da questo paradisiaco inferno.
Esco, nonostante tutto felice, Tony mi attende nella sua Lincoln.
In macchina una malsana idea mi attanaglia. Voglio vedere un negozio di strumenti musicali. Tony, diligentemente, mi traghetta in uno grandissimo. E' il mio personale paese dei balocchi. Guardo Tony con gratitudine, rimaniamo d'accordo che mi verrà a prendere dopo mezz'ora, oramai siamo conoscenti stretti, mi suggerisce di lasciare il mio trolley in macchina e io seguo il suo consiglio. Non faccio in tempo a passare dieci minuti nel negozio che ho già deciso di comprare una chitarra acustica Ibanez di discreta fattura, la custodia per portarla in aereo, le corde di ricambio, i plettri (in confezione da dieci). Il tutto alla irresistibile somma di 150 $ (100 euro). Ovviamente non ho la cifra che millanto, inoltre devo pagare il fido Tony, ma ho sempre l'escamotage della carta di credito, che tiro fuori dal portafoglio felice come un bambino. Qui inizia il mio brutto quarto d'ora.
- La carta di credito non ha fondi (mi dice il commesso) non è che ha un'altra carta o può pagare cash?
- Nel mio portafoglio rimangono 138 bugs, amico. Il mio amico tassista arriverà fra poco, accettate Euro?
- Cosa sono gli Euro?
In quel momento coscentizzo che un boliviano se ne è andato con la mia vita e i miei soldi nel suo bagagliaio, e che probabilmente il mio trolley è già finito nelle mani di qualche strafatto di coca, che sta saltando sul mio portatile a ritmo di rap, mentre casualmente apre la cerniera dove io ho nascosto la mia salvezza, 3.000 euro, e non capendo neanche che sono soldi veri, li sta usando per accendersi una sigaretta. In quel momento coscentizzo che non sono niente, che 138 dollari mi separano dall'essere buttato in mezzo ad una strada quando fra un'ora questo negozio chiuderà e mi toccherà dormire sotto un ponte, lontano dal mio albergo, con la chiara impossibilità di raggiungere l'aereo che mi avrebbe riportato sano e salvo a casa. Domani dovrò rubare qualcosa per avere l’occasione, se riesco a non farmi ammazzare, di essere arrestato e professarmi così cittadino italiano e poter chiamare l’ambasciata.
Sono nella merda fino al collo.
Passo in questo stato crescente di paranoia sette lunghissimi minuti, dopo i quali la Lincoln di Tony (il mio Tony) riappare all'orizzonte. Contratto con lui il suo pagamento in euro, compro la mia chitarra scontata a 138 dollari (comprensiva di tutti gli accessori) e salgo in macchina; sono salvo e felice, amo il sacro popolo boliviano, domani cesserò di essere americano, con gran sollievo delle mie tasche.
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Diario del viaggiatore maldestro - AmericAnabasi #3

Diario del viaggiatore maldestro

Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

Cut-Card
Orlando, Florida - USA
Nuova mezz'ora di trasferimento sulla highway 4 con Tony, arriviamo alla Mall. Scendo con la mia inseparabile valigia trolley, ho tutto dentro questa appendice di me: computer, macchina fotografica, tremila euro (inutili, ma di scorta), vari effetti personali, il biglietto di ritorno. Per inciso la Mall è una sorta di centro commerciale, nel quale entrare, perdersi e spendere - oltre ai soldi - l'intera giornata: l'imperativo è consumare, tempo e dollari. Finalmente qui li trovo: gli americani. La Millenia Mall è una enorme struttura coperta su due piani, con circa ottanta negozi (immancabile l'Apple store), due piazze interne, cinque punti di riposo (tra uno shopping e l'altro il consumatore deve ricaricarsi in qualche modo), una ventina fra ristoranti e fast food. Il primo imperativo me lo detta lo stomaco. E' mezzogiorno, devo mangiare. La scelta (bendata) cade sulla Cheesecake Factory, un ristorante da circa duecentocinquanta posti. Provo a sedermi ad un tavolo, ma immediato un cameriere mi si para davanti: devo passare dalla reception, lì mi affibbieranno il tavolo. Finalmente riesco nel mio intento e, seduto, mi guardo intorno. L'America media si dispiega in tutta la sua potenza all'interno di questo microcosmo. La lingua parlata non è, sorprendentemente, l'inglese. Una buona metà degli utenti e dei camerieri si esprime in spagnolo. L'età media dei presenti è alta. Gli anziani hanno uno standard abbastanza categorico: sono tutti, uomini e donne, in pantaloncini corti e scarpe da tennis. Usciti da qui interpreteranno tutti Cocoon 2008. Anche qui, molti sono obesi. Non faccio fatica a capire il perché: le porzioni sono uno schiaffo in faccia alla fame nel mondo. Ognuna, per i miei parametri, basterebbe per due buone forchette. Ma non è il particolare che coglie maggiormente la mia attenzione. Ogni avventore - ogni singolo avventore - pasteggia a cocktail. In sostanza: l'acqua è la prima cosa che viene portata, gratuitamente e in quantità industriale, con ghiaccio. Poi viene l'ordinazione: si parte sempre dal cocktail (unica variante, la cara vecchia Coke), poi arrivano le portate. E' più forte di me, devo ordinare un MaiLai. Dopo pochi minuti mi arriva ed è buonissimo, credo il miglior cocktail che abbia assaggiato in vita mia. E' in quel preciso istante che sono fottuto e parto a razzo con il resto. Ordino in sequenza un Guacamole (un misto di avocado, spezie, pomodoro,cipolle) con tacos per antipasto e una bistecca (il menù recita: garantita Angus, la razza bovina migliore) con patate e contorno d'asparagi. Le porzioni, l'ho già detto, sono sontuose. Eppure non mi è possibile lasciare nulla nel piatto, e per il senso di colpa e per la fame. E non è tutto: la Cheesecake Factory è famosa per i suoi dolci. Il cheesecake alla fragola che ordinerò sarà il colpo di grazia ai miei sensi già provati: quando esco dal ristorante (conto: 44 bugs, circa 30 euro) la mia prima meta è la zona riposo, dove cado sconfitto per mezz'ora di trance ipnotica.
Al risveglio improvvisa sale la shopping addiction: devo spendere. Prima, la capatina al bagno è d'obbligo: lì rendo i miei 44 bugs alle fogne di Orlando, e rinasco pronto a nuova vita. Una volta fuori e con la leggiadria di una gazzella, mi esibisco in una folle corsa negozio negozio, che decurterà i miei beni di circa 500 (cinquecento!) dollari in regali. La sensazione è netta: ogni negoziante mi accoglie come fossi un Dio, la loro cortesia è addirittura urtante. E i maledetti bugs escono dalle mie tasche come mai prima nei miei gloriosi trentaquattro anni di vita. La risultante è che sono le sei di sera e sono rimasto con poco più di cento dollari nelle tasche. Fortunatamente domani mattina presto ho l'aereo che mi porterà via da questo paradisiaco inferno.
Esco, nonostante tutto felice, Tony mi attende nella sua Lincoln.
In macchina una malsana idea mi attanaglia. Voglio vedere un negozio di strumenti musicali. Tony, diligentemente, mi traghetta in uno grandissimo. E' il mio personale paese dei balocchi. Guardo Tony con gratitudine, rimaniamo d'accordo che mi verrà a prendere dopo mezz'ora, oramai siamo conoscenti stretti, mi suggerisce di lasciare il mio trolley in macchina e io seguo il suo consiglio. Non faccio in tempo a passare dieci minuti nel negozio che ho già deciso di comprare una chitarra acustica Ibanez di discreta fattura, la custodia per portarla in aereo, le corde di ricambio, i plettri (in confezione da dieci). Il tutto alla irresistibile somma di 150 $ (100 euro). Ovviamente non ho la cifra che millanto, inoltre devo pagare il fido Tony, ma ho sempre l'escamotage della carta di credito, che tiro fuori dal portafoglio felice come un bambino. Qui inizia il mio brutto quarto d'ora.
- La carta di credito non ha fondi (mi dice il commesso) non è che ha un'altra carta o può pagare cash?
- Nel mio portafoglio rimangono 138 bugs, amico. Il mio amico tassista arriverà fra poco, accettate Euro?
- Cosa sono gli Euro?
In quel momento coscentizzo che un boliviano se ne è andato con la mia vita e i miei soldi nel suo bagagliaio, e che probabilmente il mio trolley è già finito nelle mani di qualche strafatto di coca, che sta saltando sul mio portatile a ritmo di rap, mentre casualmente apre la cerniera dove io ho nascosto la mia salvezza, 3.000 euro, e non capendo neanche che sono soldi veri, li sta usando per accendersi una sigaretta. In quel momento coscentizzo che non sono niente, che 138 dollari mi separano dall'essere buttato in mezzo ad una strada quando fra un'ora questo negozio chiuderà e mi toccherà dormire sotto un ponte, lontano dal mio albergo, con la chiara impossibilità di raggiungere l'aereo che mi avrebbe riportato sano e salvo a casa. Domani dovrò rubare qualcosa per avere l’occasione, se riesco a non farmi ammazzare, di essere arrestato e professarmi così cittadino italiano e poter chiamare l’ambasciata.
Sono nella merda fino al collo.
Passo in questo stato crescente di paranoia sette lunghissimi minuti, dopo i quali la Lincoln di Tony (il mio Tony) riappare all'orizzonte. Contratto con lui il suo pagamento in euro, compro la mia chitarra scontata a 138 dollari (comprensiva di tutti gli accessori) e salgo in macchina; sono salvo e felice, amo il sacro popolo boliviano, domani cesserò di essere americano, con gran sollievo delle mie tasche.
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Diario del viaggiatore maldestro - AmericAnabasi #2

Diario del viaggiatore maldestro

Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

Millenia_Mall
Orlando, Florida - USA
Mattina, nuovo giorno, nuova vita ad Orlando. Scendo nella hall ed entro nella sala breakfast con la mia valigia-trolly-porta-computer: lì mi rifornisco e rifocillo della mancata cena di ieri con la colazione dei campioni: beverone di caffè e pancake, di fronte ho la tv perennemente accesa sul canale delle news, la CNN. Le primarie dei repubblicani e dei democratici tengono banco, la ex first lady ha appena sbaragliato i suoi avversari principali (i più accreditati sono un afro americano che ha un nome da nemico numero 1 - Barack Hussein Obama - e un più rassicurante John Edwards) in uno stato minore, il Michigan.
Seguo per qualche minuto il dibattito fra i cronisti (uno trasmette dalla costa ovest, Los Angeles: si lamenta che laggiù siano le quattro di notte) e gli spezzoni del contenzioso che ha visto protagonisti i tre democratici. Abituato come sono al filtro delle notizie ricevute nel mio paese (dove solitamente un cronista del TG si occupa di fornirmi la versione dei fatti) il tutto mi appare straordinariamente fresco e un poco naif, i candidati parlano una lingua rozza, triviale, terra terra, esprimono concetti basilari poco complessi, comprensibili anche per un bambino di sei anni. La politica americana, in questo spezzone che sto assorbendo e nel modo in cui la gente me ne parlerà, appare qualcosa di più vicino al tifo calcistico e allo stesso tempo misto alla vendita
di un auto: il candidato è il prodotto perfetto da vendere e allo stesso tempo deve colpire allo stomaco.
Sono le otto, il mio taxi arriva in orario e conosco Tony, di origine Boliviana, il mio autista. Due minuti di contrattazione ed ecco che, alla modica cifra di 120 $, ho chi mi scarrozzerà tutto il giorno fino a domani all'aeroporto. Quindi carico la mia valigia e partiamo: meta, il mio incontro di lavoro.
Con il giorno gli occhi hanno modo di osservare Orlando, i sobborghi e il centro città, la downtown. Il cemento e l'asfalto, i palazzi e i grattacieli, le strade e i semafori, tutto concorre a una grande assenza: é un immenso pianeta disabitato, dove le presenza umana si intravede dentro le macchine, si immagina dietro le tende delle case, fra le costruzioni che si elevano un po' ovunque, ma si incontra a fatica per la strade, della periferia come del centro.
Arrivo nell'azienda dove mi attendono, in perfetto orario.
La prima cosa che accade è che vengo portato dalla receptionist di sessant'anni, alta, magra con capelli corti ricci e bianchi - si chiama Cindy - in una stanza piena di cibarie e cose da bere (analcoliche, ovviamente). Pare sia la rest room dell'azienda. Tutti gli impiegati ne usufruiscono, almeno cinque persone (delle quindici che incontrerò)
sono obese. Molto gentilmente vengo fatto accomodare, mi posso servire da solo. Non me lo ripeti due volte, sorella. Dopo 5 minuti di orgia mental-gastronomica vengo dislocato in un'altra stanza, dove una tavolata di businessman mi attende in gloria. Hanno tutti dai 55 ai 70 anni e il cappellino da baseball in testa. Io ho 34 anni, un trolley in una mano, il beverone nell'altra, la bocca piena di noccioline e sono vestito come Tony Manero. Mi guardano come fossi un marziano, c'é da capirli.
Il meeting comunque prende l'abbrivio e funziona bene: faccio la mia parte e parlo per due ore fluentemente, racconto persino un paio di storielle divertenti, facendo ridere il team di sette persone che ho di fronte. Mi sento un pò come il barista al centro del ring che ieri mi ha servito il cheeseburger; un giullare. Ma se funziona per loro, evidentemente funziona per me.
Esco portando a casa buone possibilità di chiudere un contratto.
Sono le undici di mattina e ho finito di lavorare. Tony il tassista boliviano mi aspetta fuori con la sua Lincoln, un macchinone che immagino bere allegramente galloni di benzina manco fosse spuma, senza il minimo ritegno ambientale. Prima di uscire faccio tappa alla reception, da Cindy, cara e dolce Cindy, che ha provveduto gentilmente ad indicarmi su di una mappa i luoghi da vedere a Orlando. Cindy è fiera del suo lavoro, mi ripete un paio di volte "sai, sono molto brava a dare indicazioni", con un sorriso che richiede una sola risposta: "è vero Cindy, sei molto brava". Il risultato é comunque magro. Nella lista ci sono poche cose da vedere, qui a Orlando Florida. Disneyworld é naturalmente al numero uno, ma io non sono interessato, ho passato l'età, almeno anagraficamente, quindi passo al numero due, la Millenia Mall, il centro più in della Florida. La situazione si prospetta triste, e quindi chiedo lumi a Tony, in cerca della folgorazione verso Damasco.
Il tassista, peró, è categorico; non c'é niente a Orlando, a parte le Mall. Di quelle, se voglio, ce ne sono in quantità, e per tutte le tasche. La Millenia è la più esclusiva. Quando chiedo se esiste un centro storico Tony si gira e mi guarda come se avessi bestemmiato. Ok, vada per il Millenia Mall.
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Diario del viaggiatore maldestro - AmericAnabasi #1

Diario del viaggiatore maldestro

Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

IMG00031
Orlando, Florida - USA
Eccomi fuori dall'aeroporto, sono negli States; dopo lunga trattazione e gestazione, dopo essermi tolto le scarpe quattro volte, passando attraverso cinque scanner umani e tre bagagliani - con relativa multipla estrazione ed inserzione del portatile dalla borsa, dopo aver lasciato due delle mie dieci impronte digitali ad un grande archivio, dopo il relativo interrogatorio (chi sei, cosa fai, dove vai, quando vai, per quanto stai e perché fai) reiterato due volte con due differenti ufficiali, dopo aver rilasciato al suddetto mega archivio una foto segnaletica - ma il tutto, bisogna ammetterlo, con una rapidità che fa sentire cibo in uno scatolettificio automatizzato - ecco, finalmente ci sono, posso a tutti gli effetti perdermi in questo mare immenso che prende il nome di Stati Uniti, felice di sentirmi nessuno in mezzo alla marea. Che poi nessuno in mezzo alla marea lo ero tranquillamente anche prima, ma ora, da americani, è tutta un'altra storia. Detto fatto iniziano le prime azioni e riesco a tuffarmi in un cocktail bar interno all'aeroporto, di quelli con il barista al centro che fa il giullare e tutti i clienti in cerchio a fare I clienti. Ordino un cheeseburger e una birra, che altro? Sono ad Orlando, nel centro della Florida, ho una carta di credito, settecento dollari da spendere: finché ci sono questi dovrei essere salvo. Esco e ho la prima sorpresa, il clima non è poi tropicale, fa freddino e la prima impressione è di essere in mezzo al deserto. Non fraintendiamoci, presenze umane ce ne sono, cemento a volontà, ma qualcosa di indefinito nell'aria suggerisce che la gestione dello spazio è differente. Cerco un taxi, non è una cosa semplicissima, potrei anche arrischiarmi in una vera avventura noleggiando una macchina per i miei propositi, ma l'immagine di me sdraiato in uno dei sobborghi di Orlando senza niente addosso tranne qualche livido e l'ultima verginità che mi rimaneva persa, mi distoglie dal proposito del pioniere. Taxi, quindi: dopo una piccola attesa un intermediario mi affibbia un bigliettino che tengo in mano dieci secondi. Prima che abbia avuto modo di capire a cosa serve, un tassista me lo toglie di mano e mi chiede dove voglio andare. Ho prenotato un albergo vicino al luogo del meeting, domani ho il mio lavoro da businessman che mi attende. Seconda sorpresa, sono fifty bugs per arrivarci. Cinquanta dollari e mezz'ora di macchina. Il mio gruzzoletto si assottiglia in fretta, e il mio stomaco langue, American Airlines non ha provveduto al cibo in volo (se paghi, ovviamente, altra storia). L'albergo si chiama Extended Stay, non è il classico Hotel, non è un Motel, è una sorta di appartamento, provvisto di tutto eccetto quello che vorrei: cibo. Poco male, ci sarà qualcosa nelle vicinanze, vado alla reception e chiedo. Nuova sorpresa, sono nel mezzo del niente, sono le 10 di sera e dovrei prendere nuovamente un taxi, che cmq devo pre-allertare perché venga a prendermi domani mattina. Risultato: a letto senza cena, ma genuinamente americano.
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Vacanze intellegibili

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L’estate impazza: il caldo stramazza le eroiche schiere di lavoratori al suolo, squagliando le loro residue idee di gloria e immolando tutto l’immolabile all’altare del mito: la Vacanza. La sacralità delle ferie è dogmatica, un concetto assorbito dai pori della pelle sin dall’infanzia, indubitabile e assoluto. E’ l’ora d’aria del recluso, la boccata d’ossigeno del palombaro, in una parola la Vacanza E’: tutto il resto dipende e ruota intorno a questa bisettimanale scadenza, origine e traguardo insieme. L’obbiettivo, perseguito con forza e cieca perseveranza dalle allegre schiere (milioni, persino oserei dire miliardi) di adepti, è il sistematico sputtanamento delle risorse (misere) accumulate negli undici duri mesi di astinenza.
E allora eccoci, finalmente azzurri e sorridenti, occhiali scuri, guidare sudati nel bel mezzo di una colonna di beati, a percorrere la distanza che ci separa dal Paradiso in una bara di metallo e ruote; fuori l’asfalto è una melma fusa con gli pneumatici, dentro una piacevole brezza condizionata viene sparata a manetta a ritmo del tomentone prescelto, segno di uno status quo raggiunto che i meno fortunati, rimasti ahimè una minoranza, dai loro finestrini abbassati invidiano: e questo conta. Verrebbe anche quasi da bestemmiare, per il passo d’uomo che siamo costretti a tenere, ma pazienza, è comunque Vacanza, la serotonina può riprendere ad espandersi in un cervello che si avvia felice verso la completa anestesia. E’ così che, passata qualche ora, riusciamo ad immergerci, dopo spericolati millimetrici fantasmagorici parcheggi, nella folla multiforme devota al solleone. Il piede affondato nella sabbia rovente ed il conseguente balletto sulle punte sono chiare conseguenze di una sola certezza: siamo al mare. Solita roba, qualche seno esibito, chili di cellulite nascosta, un paio di palestrati fingono trottando un footing e il bagnasciuga è frequentato manco fosse sabato sera in centro. Dietro tutto questo, si intravedono donne gommone galleggiare al largo, delimitare la balneazione. Oltre a loro, dove lo sguardo incontra l’orizzonte, milioni di euro galleggiano sotto forma di piroscafi, panfili, vele. Tuffarsi diventa un dovere. Ma è una volta al largo che si gode del vero spettacolo. Voltarsi verso la riva svela un mondo: a perdita d’occhio lungo la spiaggia, ombrelloni rossi e tende blu, equidistanti e regolari, che suddividono geometrie sulla sabbia, come in una città invisibile, definendo i confini dei bagni. L’acquisto di una porzione di spiaggia, il suo affitto per qualche settimana è concesso al modico sacrificio di svariati stipendi medi. Un gelato richiede un investimento. Per una bibita si consigliano pratiche bancarie. Ma pazienza, è comunque Vacanza, siamo al mare.
Cinquanta metri di rovente spiaggia più indietro c’è il castello e feudo: il Bagno, con i suoi abitanti. Prima nota: il Bagno è provvisto di piscina. Seconda: la piscina è molto frequentata. Terza: pare che le piscine siano ormai un must in tutti i bagni. Mi affaccio a controllare: la piscina vuole la cuffia. Stesso scenario di prima. Seni, cellulite, bronzea palestra e gommoni galleggianti. Con una differenza, hanno tutti la cuffia. E mancano i panfili e l’orizzonte. Intorno, il Bagno è provvisto di ristorante con annessi tavoli, camerieri, cuochi, sala giochi da pargolume, bar, ping pong, biliardino, tricchetracche e, ovviamente, le cabine. Cellulari squillano allegri continui e polifonici intervallati dagli schiamazzi degli under dieci. Intanto, due umanità si incrociano: una, seminuda e opulenta, si muove in verticale, dalla spiaggia al mare e viceversa, mentre un'altra, vestita, povera, multietnica e fatta di venditori, traversa in orizzontale, parallelamente alle onde, i condomini sulla spiaggia. Ogni tanto si ferma, espone la merce e se ne và. La vita pullula, ma senza ansia: siamo in Vacanza.
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