L'apokarev - 18
Thu, Dec 2007 11:59
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Mani in pasta
Tana libera tutti. E’ il momento delle mani libere. Non porta bene. E’ scoccata l’ora del si salvi chi può. I partiti, quelli nati e quelli nascenti, hanno le mani libere, i politici con una mano lavano l’altra, i cervelli a telecomando stanno seduti in poltrona con le mani nel naso e fra i coglioni, assorbendo manate di rumore. Che si spande, esce dal catodico ed entra nel colloquio, a cena, a pranzo, nelle ore più impensate. Straordinariamente semplice è dissertare per ore di un omicidio, emettendo, ripetendo, amplificando, concetti, idee, immagini. Si può vivere di questo, cribbio. Le mani a strizzare una spugna che assorbe niente e rende niente. Un niente che però ha un volume, una massa, che occupa spazi. E così, sommersi some siamo, nuotanti nelle parole, natanti del nulla, galleggiamo verso una deriva. Una qualunque, ‘che l’approdo è incerto, l’obiettivo da sempre è inutile essendo il viaggio ciò che conta, quindi, come recita l’adagio, Finchè la barca và, lasciamola andare. Ce lo siamo raccontati a lungo. Ahimè anche il viaggio pare ora essere una esperienza poco edificante, costellato com’è di troppo tutto. Ed io, comunque, sono felice, pur se stordito. Devo dirlo, sento che forse rimbimbisco. Sto ringiovanendo di colpo, ovunque guardi il tempo viaggia a ritroso. Era dal novantaquattro che dal vocabolario italiano era scomparsa la parola Partito, ed io, naufragato come ero fra fiori, pianticelle, querce, ulivi, forzismi, unioni, leghe e alleanze, ne avevo persino smarrito il senso. Ero perso, anche lì, nella galassia informe di nomuncoli destabilizzanti. Finalmente, in meno di due settimane la bussola è tornata a puntare chiaramente la direzione, sono ringiovanito di almeno quindici anni e la parola Partito è tornata in terra a fare il suo sacrosanto dovere. Però, però, guardando guardando c’è di più. Il tempo và a ritroso e io ringiovanisco. Rimbimbisco ed anche più. Mi ritrovo feto. Peggio, larva. Sperma, pensiero, infine ipotesi. Balzo indietro di secoli, ritrovo la messa in latino, occidente contro oriente, la chiesa contro maometto, il rinchiudersi nel fondamentalismo. Lo scontro radicalizzato per meglio imperare, insegnano – appunto – i romani. Ecco, sogno il medioevo. Eppure. Il progresso c’è, pulsante, onnipresente: è un medioevo tecnologico. Ma non sono catapultato in Orwell, non è quello, il libro. Allora capisco, non sogno. Se sogno sono un genio. Infatti sono sveglio, nell’incubo sognato da Orwell. Ed occorre che, mentre rimbimbisco, mi faccia due domande sulla cara e vecchia Apocalisse, sul fatto che bisogna anche, all’occorrenza e nella concreta ipotesi di tirare le cuoia mentalmente, cercare di incidere sulle coscienze, prendere un rischio, fare il granello del deserto controvento, fare lo sforzo. Ecco, voglio rimbimbire rompicoglioni. Come ero, infatti, da bimbo. Voglio urlare. Credere alle rivoluzioni, farle ovunque, alzare la testa.
Oggi ventisette dodici è morta Benazir Bhutto.
Buon duemilaotto, meno cinque.
Commenti
L'Apokarev - 17
Sun, Jul 2007 09:39
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La parola è importante. Spesso, a dire il vero, è insignificante, conta tutt’altro. Conta quello che si dice (si comunica) con gli atteggiamenti, il corpo, il tono ed i suoni che emettiamo. Conta la comunicazione non verbale, sotto molti aspetti: uno, che definirei sotterraneo ed istintivo, mi pare d’importanza strategica. O meglio: la sua comprensione è fondamentale per affrontare la quotidianità. Se fossimo sprovvisti della capacità di decodifica di questo linguaggio e dovessimo prestare fede unicamente al linguaggio, quello verbale, la nostra comprensione del mondo sarebbe, oltre che parziale, estremamente fuorviante. E’ peraltro indubbio che la parola è anche un mestiere, un settore che muove molto denaro e che conta un certo numero di rispettabili professionisti. Non essendo la maggioranza della popolazione ascrivibile ai “professionisti della parola”, è plausibile pensare che non tutti riescano a controllare completamente gli aspetti connessi alla comunicazione.
I mezzi di comunicazione (statutariamente) e la televisione fra essi, sono creati da professionisti della parola e dell’immagine, che spesso parlano di (o intervistano) professionisti della parola e dell’immagine. Il politico è senz’altro istituzionalmente un professionista della parola. Il politico odierno deve essere anche un professionista dell’immagine. Non risponde – per fare un esempio - più all’interlocutore che ha accanto, guarda “in camera”, si rivolge a noi, con – per il sottoscritto – uno strano e grottesco effetto di depotenziamento della presenza reale a favore di quella virtuale. Il giornalista non conta, è a me spettatore che il politico si rivolge. Il povero giornalista non esiste. Io, in quanto virtuale, sono l’interlocutore perfetto. Non faccio domande, ricevo la pappardella delle risposte senza possibilità di replica. Questa dimestichezza comunicativa fa del politico un professionista dell’immagine. Se egli non lo è, c’è qualcuno pagato per esserlo al posto suo, per consigliarlo.
Ora, questo “giocarsela” fra colleghi, su un campo ben conosciuto, produce molte conseguenze sul linguaggio e sulla stessa società. E molto, di conseguenza, NON produce.
Non produce ad esempio, varietà, diversificazione, progresso linguistico. I canoni delle interviste televisive sono gli stessi, il format, la maniera di porle: tutto cambia relativamente poco. Cambia l’intervistatore, la sua presenza fisica, ma il suo modus operandi è più o meno lo stesso, la sequenza con cui si alternano gli rvm, i filmati, le domande in studio, è la medesima. Il sistema linguistico è identico. Non c’è nessuna differenza stilistica fra (solo per citare due degli esempi più noti) Porta a porta e Matrix. Ma se allarghiamo lo sguardo, non esiste una reale differenza fra le reti generaliste “statali” e quelle Mediaset. Con il risultato che i professionisti della comunicazione sono autoreferenziali. Parlano di loro stessi, secondo un copione noto a loro, disciplinato da regole interne al sistema (per esempio, le domande sono spesso concordate nel pre-programma), addirittura gli eventi “sorpresa” sono regolamentati, per cui la tal notizia scoop deve essere sfruttata in tempo per il prime time, l’ora di maggiore ascolto. Quando è possibile, naturalmente. I grandi eventi sportivi come le olimpiadi hanno una agenda strutturata sulla base dei prime time statunitensi, patria e mercato dei maggiori sponsor. Ovvio che in qualche maniera tutto si ristrutturi sulla base di questo mercato della comunicazione. Far incocciare i boeing nelle torri gemelle la mattina dell’11/9 è stato un caso o un modo per connettere immediatamente all’evento tutto il mondo occidentale?).
L’autoreferenzialità di questo scenario esclude, di fatto, ampi settori della società, i quali non essendo in possesso degli strumenti specifici non agiscono in scena, ma vengono presentati (o rappresentati) unicamente attraverso lo sguardo, la lente distorcente, dei professionisti del settore.
Pierre Bourdieu era un sociologo, è morto nel 2002. Non vedrà mai l’apocalisse. Come osservava in questo saggio “in televisione non tutti hanno lo stesso peso, ci sono i professionisti ed i dilettanti”. Come in teatro gli attori in scena, abituati a gestire il palcoscenico con tutte le implicazioni e le regole a cui sottosta il contesto, i professionisti della comunicazione offrono rappresentazioni del mondo e di sé stessi, le quali, in quanto tali, non apportano alcuna verità sul mondo e sugli attori che lo rappresentano. Con una grossa differenza di campo: mentre in teatro la rappresentazione è fortemente simbolica e rimanda ad altro, in televisione si ha un paradosso essenziale: la pretesa ostentazione della verità oggettiva, per mezzo di un media per sua stessa natura rappresentativo, falso. E’ una sorta di religione dell’immagine. Ludwig Feuerbach era un filosofo, il cui ateismo ha fatto discutere generazioni. Nel 1841 scriveva “l’essenza del cristianesimo” da cui: “la forma più grave di schiavitù cui l’uomo soggiace è la schiavitù religiosa, che tarpa le sue forze vitali” e ancora, “senza dubbio il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere: ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. Anzi il sacro si ingigantisce ai suoi occhi via via che diminuisce la verità e l’illusione aumenta, cosicché il colmo dell’illusione è anche per esso il colmo del sacro.” Scritto 165 anni fa suona straordinariamente d’avanguardia.
L'Apokarev - 16
Wed, Jun 2007 07:46
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La felicità, si sa, è un parametro variabile, di difficile misurazione, di fuggevole e incerta definizione, mentre l’infelicità è conclamata, onnipresente e democratica: appartiene a tutti. Anche della Serenità si cercano tracce sempre più ardue a trovarsi.
Quindi, questo nostro pare essere il tempo di molte incertezze diffuse, di molte domande e pochissime risposte. Una su tutte: siamo destinati ad essere felici? No.
Millenni di storia, progresso, conquiste tecnologiche e civili ci hanno consegnato una società globale popolata di uomini infelici. Ricchi di desideri, il novanta per cento dei quali sapientemente indotti, e quindi drogati e assuefatti a un limite che non basta mai, che non soddisfa mai: la dose deve essere maggiore ogni giorno, l’appagamento è sempre più lontano. Oggi il dolby surround mi soddisfa come una dose, ma domani starò male. Dopodomani vorrò un televisore al plasma. E così via, nella universalmente accettata teoria secondo la quale siamo ciò che mostriamo, siamo le cose che abbiamo. Al di là delle cose, dietro al castello di plastica, vetro, metallo, c’è un vuoto. Manchiamo noi. Finché siamo in vita, ovvio: manca una essenza vitale e spirituale degna di questo nome. Quando poi sopraggiunge la morte, le cose che ci hanno rappresentato, nella gran parte dei casi, non finiscono come noi, ovvero nel dimenticatoio due metri sottoterra, ma vanno a popolare un universo nascosto e rivoltante, quello della discarica. Gli oggetti che eravamo continuano a vivere in discarica: smembrati, riassemblati, inglobati e differenziati per finire sotto cumuli di terra e divorati da gabbiani spazzini, o, in alcuni casi, di nuovo nei polmoni di chi ci sopravvive, a creare nuova spazzatura mortale, fin dentro le cellule impazzite di chi ancora cammina sulla terra.
L’Italia vive una stagione interessante, ricca di decadenza etica, scoppiata e resa evidente come diviene palese la spazzatura agli occhi quando non può più essere nascosta. Gli italiani sembrano aver le palle piene (molto più che in passato?) dei politici, delle ferrovie, dei giornalisti, delle banche, delle autostrade, della morte delle idee, dell’illegalità diffusa e accettata in ogni – singolo – rapporto. L’illegalità, a tutti i livelli, sembra essere il vero collante sociale. L’antistato appare molto più forte, in tutte le sue innumerevoli emanazioni, dello stato stesso, incapace di fronteggiare l’ondata e soprattutto di fornire un esempio etico perseguibile. L’ultima campagna elettorale (a cui il sottoscritto ha partecipato attivamente) ha visto una proliferazione di massa dei candidati: segno di un ravvivarsi della politica e della partecipazione civile, si potrà dire. Ahimè, è esattamente il contrario.
Laddove si ha un candidato ogni sessanta elettori, c’è un palese ed endemico spregio dell’etica. Il voto viene barattato in base alla conoscenza, alla prossimità spesso parentale, non certo in base a un programma, a una idea.
“Spazzatura”, dicono con spregio i vertici della nostra classe politica quando le intercettazioni di questi giorni vengono rese pubbliche. A me pare che la spazzatura abbia sempre una sua dignità: quando rappresenta noi stessi, quello che non siamo riusciti a essere come uomini e che lasciamo dietro di noi; quando, nascosta allo sguardo ritorna prepotentemente a galla ricordandoci la nostra apparenza meno nobile; quando rappresenta un punto debole nella catena innaturale, che si vuole perfetta, dell’esistenza sociale dell'uomo consumatore; le immagini dei sacchi di spazzatura nelle vie di Napoli hanno una loro estetica che rappresenta meglio di ogni altra lo stato delle cose, mentre il countdown si fa giorno dopo giorno inesorabilmente più corto.
L'Apokarev - 15
Wed, May 2007 05:39
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L'indivisa frattura.
Ciò che ha gestito e dominato milioni di morti e vite nei passati due secoli è mezzo è in via di estinzione. Non esistono più destra e sinistra. Dietro la facciata da teatro, la politica sembra muoversi tutta come un grosso unico Leviatano dalle sembianze disumane (e forse in fondo non c'è niente di nuovo sotto il sole da almeno un secolo), tenuto al guinzaglio da un cieco.
Banalmente vero, dietro alla bestia guida, c'è l’interesse economico. Ora mi hanno insegnato che dopo la rivoluzione francese, il mondo borghese si sia diviso, semplificando, dietro i due grandi ideali di libertà ed uguaglianza (la fratellanza ce la siamo fottuta immediatamente sulla ghigliottina), là dove al primo corrispondeva un sistema noto come liberismo, fatto proprio dalle destre, ed al secondo corrispondeva il comunismo delle sinistre. Questi due sistemi erano inconciliabili (la loro conciliazione, in realtà, è stata demonizzata al punto da divenire sinonimo di caos: e così ci siamo fottuti anche l'Anarchia) al punto da imbastire guerre, traffici nucleari, armi di distruzione di massa, checkpoint charlie e muri berlinesi. Poi è arrivato il millenovecentoottantanove. Il sistema unico ha trionfato, grazie al logoramento del suo avversario. L'ideale però non è morto, e le sinistre si sono riconfigurate attorno ai grandi cambiamenti tecnologici, portatori di globalizzazione, iperconnettività. Le sinistre ed il liberismo hanno smesso di essere due termini antitetici. La conciliazione si intravedeva all'orizzonte, con una sintesi non più pericolosa come l'anarchia, ma tutto sommato conveniente. Ecco che nasce il Leviatano. Semplificazione arbitraria di due secoli di storia politica.
Quello che poi è accaduto in Italia all’indomani di tangentopoli (che oggi viene nel più classico dei revisionismi visto come un periodo buio della nostra storia) è stata una possibilità mancata. Un vuoto politico che avrebbe potuto essere riempito da idee nuove, da pulizia, da forme di democrazia reale. Invece dagli interstizi della prima repubblica sono nati Forza Italia, Alleanza Nazionale, i Ds, l’Ulivo, Margherita e via dicendo. Il Leviatano è rinato sotto altre terribili e mutevoli sembianze, arrivando a far rimpiangere i vecchi cari democristiani, che perlomeno sapevano fregarti con stile.
Ora è uscito da poche settimane un libro che sta diventando un caso editoriale, si chiama la casta, così i politici italiani sono diventati intoccabili”, scritto da due giornalisti del Corriere della Sera. Si tratta, come è già evidente dal titolo, di una inchiesta seria e ben documentata che testimonia sprechi e costi di quella che appare come una vera e propria zecca bipartisan sulle spalle dei contribuenti. Una zecca da teatro che si divide su tutti i possibili argomenti, ma che si unisce puntualmente quando a essere messa in discussione è la legittimità dei vantaggi acquisiti. Quando della casta vengono messi in dubbio i privilegi, ecco che spuntano fuori parole come “antipolitica, demagogia, populismo”. L’arroganza della casta al potere è tale che la necessità di un ricambio rivoluzionario è fondamentale. Mancano pochi anni alla fine, che senso può avere la parola democrazia? Riusciamo a digerire ogni cosa, anche il palesarsi della nostra nullità decisionale? Esiste, nascosta in qualche profondo angolo della nostra anima, una briciola di amor proprio riguardo alle nostre libertà personali o meritiamo davvero queste forme soft di dittatura della casta?

Banalmente vero, dietro alla bestia guida, c'è l’interesse economico. Ora mi hanno insegnato che dopo la rivoluzione francese, il mondo borghese si sia diviso, semplificando, dietro i due grandi ideali di libertà ed uguaglianza (la fratellanza ce la siamo fottuta immediatamente sulla ghigliottina), là dove al primo corrispondeva un sistema noto come liberismo, fatto proprio dalle destre, ed al secondo corrispondeva il comunismo delle sinistre. Questi due sistemi erano inconciliabili (la loro conciliazione, in realtà, è stata demonizzata al punto da divenire sinonimo di caos: e così ci siamo fottuti anche l'Anarchia) al punto da imbastire guerre, traffici nucleari, armi di distruzione di massa, checkpoint charlie e muri berlinesi. Poi è arrivato il millenovecentoottantanove. Il sistema unico ha trionfato, grazie al logoramento del suo avversario. L'ideale però non è morto, e le sinistre si sono riconfigurate attorno ai grandi cambiamenti tecnologici, portatori di globalizzazione, iperconnettività. Le sinistre ed il liberismo hanno smesso di essere due termini antitetici. La conciliazione si intravedeva all'orizzonte, con una sintesi non più pericolosa come l'anarchia, ma tutto sommato conveniente. Ecco che nasce il Leviatano. Semplificazione arbitraria di due secoli di storia politica.
Quello che poi è accaduto in Italia all’indomani di tangentopoli (che oggi viene nel più classico dei revisionismi visto come un periodo buio della nostra storia) è stata una possibilità mancata. Un vuoto politico che avrebbe potuto essere riempito da idee nuove, da pulizia, da forme di democrazia reale. Invece dagli interstizi della prima repubblica sono nati Forza Italia, Alleanza Nazionale, i Ds, l’Ulivo, Margherita e via dicendo. Il Leviatano è rinato sotto altre terribili e mutevoli sembianze, arrivando a far rimpiangere i vecchi cari democristiani, che perlomeno sapevano fregarti con stile.
Ora è uscito da poche settimane un libro che sta diventando un caso editoriale, si chiama la casta, così i politici italiani sono diventati intoccabili”, scritto da due giornalisti del Corriere della Sera. Si tratta, come è già evidente dal titolo, di una inchiesta seria e ben documentata che testimonia sprechi e costi di quella che appare come una vera e propria zecca bipartisan sulle spalle dei contribuenti. Una zecca da teatro che si divide su tutti i possibili argomenti, ma che si unisce puntualmente quando a essere messa in discussione è la legittimità dei vantaggi acquisiti. Quando della casta vengono messi in dubbio i privilegi, ecco che spuntano fuori parole come “antipolitica, demagogia, populismo”. L’arroganza della casta al potere è tale che la necessità di un ricambio rivoluzionario è fondamentale. Mancano pochi anni alla fine, che senso può avere la parola democrazia? Riusciamo a digerire ogni cosa, anche il palesarsi della nostra nullità decisionale? Esiste, nascosta in qualche profondo angolo della nostra anima, una briciola di amor proprio riguardo alle nostre libertà personali o meritiamo davvero queste forme soft di dittatura della casta?
L'Apokarev - 14
Mon, May 2007 05:10
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La frammentazione definitiva
Segno dei tempi, si dirà. La nostra società dello spettacolo (quella che Guy Debord aveva preconizzato sin dal 1967, per intendersi, quella che ha trapiantato l’importanza primaria dell’avere con quella non meno importante dell’apparire) è in procinto di svolgere l’ennesima, epocale transizione, verso modelli guidati o gestiti non più dai media di massa (tali perché capaci di accomunare le moltitudini con un unico messaggio) quanto da nuovi media, non più di massa ma individuali: i personal media. La crisi mondiale delle televisioni, ed il conseguente calo di investimenti pubblicitari in questo settore fanno da cartina al tornasole. I palinsesti, sacri gestori fino a ieri del quotidiano, sono oggi prossimi alla morte. I personal media sono un concetto di amplissimo respiro ed infinite conseguenze, la cui portata rivoluzionaria, rispetto al vigente (tutto il novecento ed un inizio di duemila) sistema, mi fa fremere di libidine. Il desiderio si demassifica ed anzi si parcellizza. I mercati vanno in tilt, i grafici economici perdono la loro valenza, tutto deve riconfigurarsi, a partire dalle priorità di mercato che non sono più monolitiche ma devono fare i conti con realtà molto meno prevedibili e manovrabili, le monadi umane che stiamo divenendo.
Un esempio della variazione in corso - a mio parere uno dei primi segnali di una slavina che presto si abbatterà (mi auguro) sul sistema intero - è il mercato discografico mondiale, nel quale sono sempre più rari i blockbuster, e dove invece la parcellizzazione della richiesta (e, novità, la conseguente risposta di una offerta sempre più particolare, on demand) rendono il vecchio adagio di Warhol, “ Nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”, quanto mai attuale. La parola d’ordine è quindi ON DEMAND: musica, televisione, video, contenuti, romanzi, ricette di cucina, donne, foto, vita. Il desiderio è diventato lecitamente personalizzato e soddisfatto. Le vecchie schematizzazioni con le quali il mondo e le sue società si beavano di incasellare e categorizzare qualsiasi manifestazione dello spirito sono morte. Non esistono più i punk. Non esistono i gruppi definiti e se ne nascono vivono giusto il tempo necessario a dar loro un nome, poi subito si trasformano e suddividono, rendendo impossibile persino etichettarli. Il caos, finalmente. Un vero e libero caos, senza filtri e maschere dove ognuno esprime (o perlomeno ha la possibilità di esprimere) niente altro che sé stesso.
La domanda dietro tutto questo è: può questa infinita parcellizzazione, spinta come si sta avviando fino alle viscere fondanti della collettività, modificare i rapporti, il concetto stesso di società? Gli uomini monadi affronteranno l’alba del 2012 ebbri e nomadi, gioiosi e soli?

Un esempio della variazione in corso - a mio parere uno dei primi segnali di una slavina che presto si abbatterà (mi auguro) sul sistema intero - è il mercato discografico mondiale, nel quale sono sempre più rari i blockbuster, e dove invece la parcellizzazione della richiesta (e, novità, la conseguente risposta di una offerta sempre più particolare, on demand) rendono il vecchio adagio di Warhol, “ Nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”, quanto mai attuale. La parola d’ordine è quindi ON DEMAND: musica, televisione, video, contenuti, romanzi, ricette di cucina, donne, foto, vita. Il desiderio è diventato lecitamente personalizzato e soddisfatto. Le vecchie schematizzazioni con le quali il mondo e le sue società si beavano di incasellare e categorizzare qualsiasi manifestazione dello spirito sono morte. Non esistono più i punk. Non esistono i gruppi definiti e se ne nascono vivono giusto il tempo necessario a dar loro un nome, poi subito si trasformano e suddividono, rendendo impossibile persino etichettarli. Il caos, finalmente. Un vero e libero caos, senza filtri e maschere dove ognuno esprime (o perlomeno ha la possibilità di esprimere) niente altro che sé stesso.
La domanda dietro tutto questo è: può questa infinita parcellizzazione, spinta come si sta avviando fino alle viscere fondanti della collettività, modificare i rapporti, il concetto stesso di società? Gli uomini monadi affronteranno l’alba del 2012 ebbri e nomadi, gioiosi e soli?
L'Apokarev - 13
Thu, Apr 2007 04:12
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In Italia negli ultimi cinque anni il consumo di psicofarmaci è aumentato del 75%. Come osserva il dottor Giuseppe Nicolò, responsabile del Centro Salute Mentale (CSM) Boccea di Roma, nonché presidente europeo della Società di Ricerca in Psicoterapia in questo articolo, “L'aumento è legato all'emergenza di nuove patologie, derivanti dallo stress e dalle condizioni di vita attuale, e soprattutto a una maggiore sensibilità nei confronti della malattia mentale, per cui è più facile che le persone chiedano aiuto e si rivolgano ad uno specialista”.
Fondamentalmente due cause, quindi. Da un lato siamo più stressati, dall'altro siamo consapevoli di esserlo e quindi più “sensibili”. Paradossalmente, non si prendono ansiolitici perché consapevoli di essere stressati, sappiamo di essere stressati perché prendiamo ansiolitici.
Credo che - come per secoli siamo stati quello che, alternativamente, mangiavamo o facevamo - oggi siamo ciò che vediamo. Lo specchio naturale delle nostre deviazioni, le immagini, sono un riflesso di noi non tanto per ciò che mostrano, quanto per ciò che sottendono. Più della violenza in sé è la cultura della violenza che crea terrore. Mi spiego: siamo tanto più terrorizzati, ad esempio, dalla idea di criminalità derivata dal subirne quotidianamente le immagini, di quanto non effettivamente se ne siano subite le conseguenze. La nostra è una paura indotta. Come indotto mi appare lo stress ed anche il nostro esserne consapevoli. Siamo in definitiva in un regime di totale passività, guidati da cose che non conosciamo (perché spesso ne siamo informati da delegati, anziché farne esperienza). Questa nostra passività si estende fino ad abbracciare la vita con comportamenti totalizzanti, vestendo una maschera benigna: quella dell'attivismo.
Come già osservato da Fromm, parecchi anni fa (ma il discorso rimane straordinariamente attuale in questa cronaca di fine mondo), il cosiddetto essere attivi, cioè avere e perseguire obbiettivi concreti, scalare il successo, garantirsi beni materiali, rappresenta per il senso comune il viatico verso la felicità. Che è tutto sommato l'esatto contrario, laddove bisogni indotti e l'insoddisfazione conseguente al non raggiungimento di tutti i beni materiali (del resto non è possibile, il bene materiale si sposta sempre più lontano ed offre un piacere circoscritto nel tempo e nello spazio: godo della cosa che ho ottenuto nel momento in cui la ho ottenuta e per poco tempo dopo e non ne godo certo lontano da essa) provoca infelicità. Questo essere guidati, essere schiavi di bisogni indotti ci rende passivi, in balia di altro da noi stessi, mentre, con un geniale ribaltamento di prospettiva, questo genere di comportamento passa sotto l'egida della produttività, dell'attivismo, del controllo totale della propria vita, della positività delle progressive sorti dell'umana gente. Chi si trovasse a svolgere, al contrario, una attività contemplativa nei confronti del mondo e quindi ad espletare una azione decisamente attiva sul dato esperienziale, con un doppio carpiato del senso viene dipinto come passivo, non produttivo, negativo per la società.
La passività (quella reale), soprattutto del pensiero, ancora una volta, conviene.
A chi, non è dato capirlo esattamente. Sicuramente ai produttori di psicofarmaci, nonostante (cito ancora il Dott.Nicolò) “Gli ansiolitici siano dei farmaci la cui efficacia non è mai stata dimostrata. Sono farmaci che danno solo un momentaneo benessere. Sono efficaci, quindi, solo nel breve periodo. Purtroppo, sono tra i farmaci più utilizzati, anche se determinano nel paziente dipendenza, l'astinenza quando il farmaco non viene assunto”. Droghe. Potenti e legali. Che creano dipendenza.
La nostra passività si traduce nelle immagini che diamo di noi. Siamo ciò che vediamo, ancora una volta, non per ciò che le immagini mostrano di noi, quanto per ciò che suggeriscono. L'immagine tende a mostrare un solo significato, quello apparente, immediato. La pluralità di significati soggiacenti al primo arriva spesso sotto pelle. E' il gioco delle matrjoske, dove le carte nascoste truccano la partita e tutto diviene il contrario di tutto. La molteplicità, il moltiplicarsi dei significati stratificati che giacciono dormienti all'interno delle immagini, rappresentano la loro forza comunicativa ed allo stesso tempo un'arma pericolosa. Proprio per questo fattore costitutivo, essenziale, passivo e attivo allo stesso tempo, siamo ciò che vediamo. Quando nel 2012 non ci sarà nulla più da vedere, quando non saremo più, forse saremo tutti guariti.
L'Apokarev - 12
Tue, Apr 2007 12:24
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Ho un personal computer, a mia onta e per il dileggio del Salvatore. Spendo quindi questi ultimi anni che mi restano in questa valle di lagrime, gran parte chino a farmi illuminare la faccia da uno schermo. Felice di farlo. Quello stesso schermo che, ogni tanto, decide di fottermi. E' allora che smetto di essere felice e progetto attacchi terroristici su una residenza in particolare nel Nord America, sulle rive del lago Washington, vicino a Seattle. E' accaduto di recente: il mio compagno (o ladro) di ore di vita, mi ha piantato, iniziando a rallentare paurosamente le sue prestazioni, obbligandomi a ore di attesa di fronte all'apertura di un documento, riempite dal sottoscritto nell'unica occupazione sensata; la bestemmia a stantuffo. Detta in breve, ha smesso di funzionare, gettandomi nel più vuoto sconforto: del resto buona parte del mio tempo è organizzato e gestito attraverso il mio portatile. Mia moglie lo odia.
Ora, devo anche ammettere che non sono un tecnico del computer, e quindi questa forse è un'aggravante, fatto sta che ho passato gli ultimi due giorni a cercare una maniera di recuperare i miei dati e, nella mia ignoranza, ho scoperto questo.
Il mio portatile, o meglio dovrei dire, il sistema operativo, ha una possibilità: posso recuperare lo stato precedente del sistema. Posso riportare il sistema a come era ventidue giorni fa, ad una determinata ora, quando il sistema era funzionante ed io godevo di esso. Posso tornare a godere.
La memoria reversibile, nel mondo di fine mondo, è quindi una realtà.
Una realtà virtuale, come la memoria che rappresenta, certo intangibile (ma non nei suoi effetti) che tuttavia esiste. Ciò che esiste non è reale. Straordinario ossimoro di noi nell'anno meno sei.
Un concetto impensabile fino a pochi anni fa è attualissimo, la memoria virtuale. Si estende fino al nostro stesso esistere. L'essere virtuale vive nelle chat, con vari avatar, fino a second life, che è un fenomeno da fine del mondo;-), con milioni di adepti. Una nazione.
Ryszard Kapuscinski, ultimo grande reporter di viaggio, uomini per cui la fissazione dela memoria su un supporto (spesso cartaceo) è una missione, cita Erodoto (il primo reporter dell'era moderna): Erodoto appare molto preoccupato della perdita di memoria. Erodoto vive in un mondo che non ha modalità per immagazzinare la memoria, tranne quella orale. Sono in pochi coloro che possono scrivere e quindi conservare memoria. Le storie vengono tramandate in modo orale. Omero probabilmente fissò per primo alcuni grandi saghe (a futura memoria) che venivano tramandate in maniera orale con l'Iliade e l'Odissea. La memoria è sempre stato un nostro punto fisso: potremmo affermare che l'uomo E' memoria, orale, pittografata, scritta o in sequenze di bit. Lentamente, infatti, con il passare dei secoli, il mondo si è popolato di oggetti immagazzinatori di memoria. Stasera sono circondato nel mio salotto da libri, riviste, fotografie, cd musicali, penne. Anche da due computer, che hanno introdotto e sviluppato fino a questi fantastici e terribili giorni apocalittici, il concetto di reversibilità, di annullabilità della memoria.
Non sono in grado di capire cosa questo possa implicare, né di prevedere dove potrà portare lo sviluppo della razza uomo. Ci sono senza dubbio aspetti futuribili terrificanti della non memoria, della memoria virtuale, (se l'uomo è memoria, la cancellazione della memoria può portare alla cancellazione dell'uomo) come pure da queste idee vengono suggerite dimensioni dell'essere uomini che ormai non possiamo trattare come non esistenti, come fantascientifiche, perché sono già qui. E sono dimensioni a cui il ragionamento non sa dare ancora forma, nonostante il corpo le viva. Il mondo conosciuto e con esso i suoi abitanti, si espande nel tempo e nello spazio, ovviamente virtuali. Li chiamiamo virtuali perché non abbiamo una categoria del pensiero e del linguaggio per definirli nella loro essenza. Credo che necessitino di un'altra definizione. Proprio perché il loro essere concreti non può essere messo in forse: il linguaggio è inadeguato ai tempi.
Chi lo sa, potremo trovare almeno un nome per definire il nostro tempo, saremo in grado di pronunciarlo almeno qualche secondo prima della fine?
L'Apokarev - 11
Sat, Mar 2007 11:43
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C'è stato un tempo non molto lontano da ora, nel quale la fine del mondo era un argomento per pochi eletti, relegato a menti deviate e, c'è da ammetterlo, persino di cattivo gusto. I sostenitori di tali tesi potevano essere scovati, a essere fortunati, allo speaker's corner in Hide Park a Londra, su qualche sito Internet o in sette frequentemente dedite alla deprecata pratica del suicidio di massa. Per questi motivi diventare Apokarev mi ha fatto storcere la bocca, sulle prime. Essere accomunato ai suddetti non era certo nelle mie priorità. Poi qualcosa è cambiato: l'eletta schiera degli accoliti si è estesa a macchia d'olio. Fino ad arrivare ai politicanti. Fino a diventare la notizia clou del duemilasei. E in effetti l'ultimo anno solare è stato un vero e proprio fioccare di notizie e previsioni catastrofiche, al punto che indossare i panni dell'Apokarev è diventato di moda, e allora, impavido come sempre, mi sono accodato al gregge di cui sono pastore.
Ora: tutti lo sanno, è la vera notizia globale. Forse la prima, dopo la morte di Gesù Cristo. Il mondo è destinato a finire, a morire, in malo modo pare, se (se: termine chiave) i comportamenti dell'uomo continueranno a questo ritmo. Una conferenza del gennaio scorso, data in pasto alle fagocitanti ed affamate fauci dell'opinione pubblica, certifica (Corriere della sera. "Clima: Terra si sta scaldando più del previsto") che effettivamente, tutto sommato, considerati tutti i fattori, insomma, pare proprio che, per dirla tutta, ecco, senza titubanze, stavolta bisogna proprio dire che è certo, si può porre un punto definitivo che faccia chiarezza di tutti i dubbi: il riscaldamento globale è colpa dell'effetto serra e quindi l'uomo ha le sue colpe e si sta suicidando, ha inventato una nuova setta cui, volenti o nolenti, si è iscritti sin dalla nascita. Chirac: “Dobbiamo comprendere che abbiamo raggiunto un punto di non ritorno e che abbiamo causato danni irreparabili'. Good morning. Intanto è stato firmato un documento da 46 paesi tra cui l'Italia, sull'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'ambiente (Uneo) per fronteggiare le minacce provocate dai cambiamenti climatici (ma non figurano tuttavia Stati Uniti, Cina, Russia e India, i quattro principali responsabili delle emissioni di gas serra). Molto bene. Good luck.
Tutto questo porta spontaneamente ad una considerazione. Ma cosa è la fine? La morte, non quella generica, ma la nostra, la mia, quella di chi legge in questo istante, cosa vuol dire? E perché, al di là dei macabri ed ovvi risvolti della questione, siamo restii a parlarne? Perché questo tabù? Perché, in senso lato, siamo impreparati alla fine, al termine di qualsiasi cosa? E come mai, viceversa, ci prende un senso di morbosa attrazione quando finisce e muore qualcosa che non ci appartiene, quando siamo solo spettatori? Perché la fascinazione estrema dell'immagine di un uomo che muore, meglio se reale? Perché l'istinto di fermarsi a guardare un incidente mortale sull'autostrada? Che gioia sarebbe poter vedere questo mondo collassare e implodere, come una stella, per attendere frementi il bagliore immenso dell'esplosione finale. Peccato che la terra non sia una stella. Peccato che non saremo mai solo spettatori.
Evidentemente c'è un atteggiamento duale di fronte alla morte.
La amiamo tranne quando ci tocca. Allora la temiamo, la fuggiamo con tutte le nostre forze.
La nostra cultura non ci prepara a cercare di capire, scandagliare, ma semmai ad allontanare la morte con ogni mezzo. L'allontanamento, la non accettazione della vecchiaia (per mezzo di lifting, creme, palestre, etc.) e l'inseguimento del mito dell'immortalità sono solo gli esempi più evidenti di una cultura della non morte. Allora, come al solito a ridosso del 2012 come siamo, cosa ci trattiene dal rivedere, oltre al resto, il nostro modello di morte?
Credo che appaia ancora a molti che il mondo collasserà, se collasserà, entro un centinaio di anni. E' sempre molto, tutto sommato. Capiterà, con quel se a salvarci la coscienza, ai nostri figli. Forse ai nostri nipoti, se mai ne avremo. E' uno scenario che eccita morbosamente la curiosità, permettendoci di continuare ad agire in tutti i campi esattamente come prima, come se niente fosse. Quando capiremo che non ci sarà permesso vedere la fine da spettatori, ma che saremo attori principali, in quel momento inizieremo ad agire per evitare che il peggio accada.
Paradossalmente, vedere la nostra morte è l'unica cosa che può salvarci.
L'Apokarev - 10
Sat, Jan 2007 08:54
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Quando parliamo, io e il Salvatore, abbiamo ben poche cose chiare.
Uno. L'odio e la paura ci aspireranno in un buco nero senza altra dimensione ad attenderci all'altro capo dell'imbuto.
Due, la strategia della tensione è l'invenzione più sfruttata del secolo nei confronti del gregge: pare funzionare piuttosto bene.
Tre, il migliore a PES3, 4, 5 rimango io. Tutto il resto è una grande idea confusa, aggrovigliata intorno ad un semplice, nitido nucleo centrale, che non confessiamo quasi mai, ma che intimamente diamo per certo. La stravolgente unica verità è una cosa banale, non difficile da trovare, non richiede pesanti sedute di venti anni appollaiati su un albero senza mangiare, nessuna illuminazione sulla via per Damasco. Non essendo questo grande segreto, se persino io ed il Salvatore lo conosciamo, tanto vale che i tredici visitatori medi di Ciumeo ne siano partecipi.
L'unica cosa necessaria nella vita, quindi, è la capacità di amare. Più della capacità di sognare. O forse sono la stessa cosa. Questa è la sola attività umana necessaria, situata esattamente all'altro capo del mondo che ci viene offerto in pasto. Là risiede la verità tanto quanto il nostro qui è il regno del falso. Dell'imitazione della realtà. Della finzione che sostituisce la realtà. Del reality show imperante, della notizia affamata di sangue. Della necessità di protezione dal terrorismo islamico, dai criminali extracomunitari, dal clima extraordinario, dalle tasse extra, dalla sfiga extrema e dalla luna nera delle stupide famiglie sbagliate di Cogne ed Erba. Il regno della paura e della solitudine.
In tempi non troppo sospetti, scrivendo lucidamente una postfazione a Il Mondo Nuovo (1932) dal titolo Brave New World Revisited (1958: vedi articolo), Aldous Huxley pose il problema globale sulla sovrappopolazione che avrebbe reso in breve il pianeta terra difficilmente vivibile. Ora, per quanto questa ipotesi possa essere probabilmente confutata (con una migliore distribuzione e razionalizzazione delle risorse, ad esempio), rappresenta comunque un'idea affascinante e concreta scaturita da un semplice ragionamento contadino. Le risorse globali sono limitate, abbiamo superato i sei miliardi di esseri umani ed alcuni popoli (al contrario di noi folli) non sembrano ritenere una buona idea smettere di trombare come dei conigli. Vacche magre, cari miei.
Credo che questo pensiero sia piaciuto molto ai teoconservatori e credo (fedele alla mia indole complottista) che una governance mondiale preveda gli scenari, in onore all'indole propria di tutti gli uomini occidentali, e cerchi di assumere i comportamenti meglio atti a guidare il prossimo futuro del pianeta, seriamente messo a dura prova dalla proliferazione indiscriminata di quei trombatori imbelli. La paura è un buon deterrente, la paura è un buon consumatore, la paura rende l'animale docile: apprendimento, si chiama. La paura serve.
O, per dirla con il dottor Erich Fromm: "La nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d'amore nell'individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere." Nitido.
Per questo io e il Salvatore ci capiamo. Amare è l'unica cosa necessaria della vita. Amare il prossimo, il mondo, le cose che facciamo, la vita e noi stessi, lungo tutto il corso di questo mezzo sputo che abbiamo ancora da passare, è l'ultimo esercizio che vale la pena, mentre il tempo si fa corto. E anche se non sempre ci riesce possibile farlo, sapere che comunque è una possibilità, l'unica valida.
L'Apokarev - 9
Thu, Jan 2007 11:47
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Guardavo il retro della banconota da un dollaro, e ho visto questo simbolo. Ok, mi ero abituato male, lo confesso. Alcune certezze le consideravo incrollabili e su queste fondamenta costruivo contorte elucubrazioni e voli del pensiero che, per lo più, mi facevano passare la giornata. Ora tutto viene messo in dubbio, ancora.
Pensavo, ad esempio, che Comunismo e Cattolicesimo fossero due termini in sostanziale contraddizione, i protagonisti di una battaglia che ha serpeggiato più o meno per tutto il ventesimo secolo, destinata a continuare in eterno; un po’ come Lupin III e Zenigata. Sono le ultime ideologie per cui in famiglia (ho uno zio comunista vecchio stile e una nonna cattolica vecchio stile) si creano divisioni, liti, contrasti mai sopiti. Un parroco una volta mi disse che il Comunismo era il Cattolicesimo, che l’amore universale rendeva tutti uguali.
Doveva aver bevuto alcune grappe di troppo.
Cattocomunismo già di per se è cacofonico, figurati se funziona. E invece, alle soglie dell’anno MenoSei, o duemilasette che dir si voglia, il nostro emerito Presidente della Repubblica si schiera in “sintonia” con la S.M.Chiesa, e invia un saluto beneagurante al Pontefice. Il giorno dopo il Papa ricambia i saluti cordialmente. Finalmente mia nonna può riabbracciare mio zio. Il mio Prete Grappa aveva forse ragione?
Mi ero abituato male, che posso farci. Pensavo che il mondo fosse dominato dalla valuta verde, che i petroldollari mi avrebbero perseguitato fino alla tomba, che gli interessi mondiali si giocassero intorno ai faccioni stampati di Washington, Lincoln, Grant e compagnia, mi ero addirittura preparato un Apokarev solo ed unicamente per parlare del dollaro, dei simboli massonici inseriti nella banconota da uno (vedi articolo: Simbolismo esoterico nel dollaro statunitense?), del Novus Ordo Seclorum scritto sotto la Piramide, del Dominio Mondiale, del concetto che gli economisti conoscono come Egemonia del Dollaro, dell’accordo di Bretton Woods, del FMI, della Banca Mondiale e del WTO.
E invece, alle soglie del MenoSei, ecco che l’Euro supera il caro vecchio verdone, in volume di scambi, nella quantità in circolo. Ecco che il birbone Iraniano (il prossimo Diavolo sul piatto d’argento) inizia a commerciare beni e petrolio in Euro (Ansa 18-12-2006 18:29, "Iran schiaffo agli USA"), a stringere alleanze con Cina, India, Russia, Siria, dando inizio a un interessante quanto pericoloso effetto Domino (vedi l’articolo “Che succederebbe se l’OPEC passasse all’Euro?”, da cui cito: “…le nazioni importatrici di petrolio dovrebbe mettere in uscita i dollari dalle rispettive riserve delle banche centrali, e rimpiazzarli con gli euro. Il valore del dollaro precipiterebbe, e le conseguenze sarebbero quelle di un qualsiasi collasso di una moneta: inflazione alle stelle (vedi Argentina), i fondi stranieri in fuga dal mercato dei valori nord-americano e ritiro dei fondi dalle banche come nel 1930” ).
Mi ero abituato malissimo, non c’è dubbio. Tutte le mattine del primo dell’anno, sin da quando ero piccolo, mi ritrovavo con la mia famiglia a mezzogiorno davanti alla TV per assistere al concerto di capodanno trasmesso da Vienna, con i valzer degli Strauss, la direzione di Zubin Mehta, le danze nelle stanze del castello di Schonbrunn e tutta quella pompa magna Imperiale stile Ceccobeppe, la marcia di Radetzky e l’ottimismo dell’inizio. Molto mitteleuropeo.
E invece, il primo del duemilasette non c’è Shonbrunn e mi trovo la Fenice di Venezia, non c’è Strauss, il valzer e ci sono Doninzetti, Verdi, Paganini, Rossini. Non c’è Mehta e c’è un Giapponese che dirige l’orchestra. Poco mitteleuropeo. Sono precipitato in un’altra dimensione.
Stordito, sorseggio la colazione e penso al futuro.
Penso che il cattocomunismo, nato ai tempi della Resistenza, dato per morto e sepolto più volte è un gatto dalle sette vite e dalle nove code. Non muore mai e quando c’è è buono per flagellarsi. Chissà che direbbero il Prete Grappa, mia nonna e mio zio.
Penso che il primo a scegliere di cambiare il petrolio in Euro è stato l’ex dittatore iracheno e che non ha fatto una gran bella scelta. Perlomeno per la sua incolumità. Se ripartisse la retorica contro “l’asse del male” verso l’Iran saremmo fritti. Mi tocco: vorrei arrivarci a vederlo, il 2012.
Penso a Vienna ed agli Strauss.
L’aria mitteleuropea sostituita dal Và Pensiero, tutto sommato, mi smuove dentro qualcosa. Sul finale del pezzo sento addirittura un brividino repubblicano passarmi lungo la schiena.
Bah, penso. Vediamo.
Il MenoSei ci aspetta.
L'Apokarev - 8
Sat, Dec 2006 11:50
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Ci siamo, allo scadere dell’anno. Con vari dilemmi e sempre più spesso senza notizie. Il problema è ampio e va preso da lontano, partendo da un assunto inconfutabile. Non esiste conoscenza reale oltre i confini della nostra esperienza. Possiamo parlare con cognizione solo di ciò di cui abbiamo esperienza diretta, il resto è fuori dalla nostra portata: quello che abbiamo vissuto sulla nostra pelle fa di noi dei testimoni. Per tutto ciò che si svolge oltre questo ristretto campo d’azione, necessitiamo di delegare la nostra conoscenza a qualcuno o qualcosa che riteniamo attendibile. O credibile.
Quindi libri, racconti orali. Forme di comunicazione. Equivalenti nei tempi moderni a giornali, radio, televisione, internet. Mezzi, appunto, di comunicazione di massa o, nell’accezione inglese, Mass Media. L’etimologia dell’equivalente inglese è interessante, perché utilizza la parola latina Media. Ossia il mezzo è quello che media i concetti alla massa.
I nostri personali delegati moderni sono quindi i giornalisti, (ed i libri, ovvio: che senso avrebbe Ciumeo altrimenti?) divulgatori della conoscenza che, ahimé, per la nostra finitezza, non siamo in grado di raggiungere. In Italia, in questi giorni, la categoria sciopera (vedi il video/articolo), affetta da una profonda crisi di identità, dignità e portafoglio. L’ennesimo blocco dei contratti e della trattativa fra giornalisti ed editori è solo l’ultima delle magagne che affliggono la categoria, asservita oramai a logiche di stampo politico ed economico. Là dove l’economia e la politica sembrano essere due sinonimi (quindi ovunque) si ha grave danno e deperimento di un termine decisamente obsoleto: etica.
Economia, oggi, è politica. L’informazione, quindi, diventa economia, diventa politica. Tutti termini accomunati in un unico calderone. L’etica del giornalista è stata barattata con la logica dello stipendio, e lo stesso fa l’editore, in ossequio al mercato, agli introiti pubblicitari, agli utili netti. E tutto questo accade dietro il paravento sacro e giustificatore di ogni genere di bassezza noto come “causa di forza maggiore”. Senza utili, in sostanza, si muore. Questo è il messaggio.
L’utile è il bene, lo scopo ultimo della società. L’etica è una variabile dipendente dal raggiungimento dell’utile. Il tutto talmente alla luce del sole che la reazione dell’uomo comune, come di fronte ad una ovvietà, è di girarsi dall’altra parte, inforcando un paio di lenti scure.
E così che si è permesso che i giornalisti diventassero pubblicitari, venditori di un prodotto (guarda l’intervista a Giuseppe Altamore giornalista e saggista, vicecaporedattore di Famiglia Cristiana), di un politico, una idea. Abbiamo giornali di destra, di sinistra, di centro. Forme “ammodernate” di propaganda.
Cito dal libro “i padroni delle notizie”: Può suonare come un’affermazione apocalittica, ma il vero scopo dei mezzi di comunicazione sembra essere sempre meno quello di informare il cittadino e sempre di più quello di formare il perfetto consumatore. I confini tra pubblicità e informazione si fanno ogni giorno più opachi: un inquinamento silenzioso e sotterraneo invade i media minando il tradizionale rapporto fra il giornalista, la testata e il lettore.
Come possiamo accettare inermi la caduta dell’etica?
Nessuno rispetta più il suo ruolo: i giornalisti sono lacché, spesso schiavi della loro stessa capacità, gli editori sono usurai, i pubblicitari sono banchieri, i banchieri sono principi e i politici i loro vassalli. Gli anni che ci accompagnano verso la fine sono decisamente anni medioevali, guidati a folle velocità verso un buco nero etico che risucchia ogni residuo di morale, di vita e di limpidezza.
L'Apokarev - 7
Fri, Dec 2006 12:03
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La tesi è che il mondo stia finendo presto. Diciamo nel duemiladodici.
L’antitesi è che il mondo non stia assolutamente avviandosi verso l’abisso e la notte eterna, antitesi che, ahimè, viene confutata giornalmente.
La sintesi, quindi, che stabilisce la regola a cui sottostanno tutti i ragionamenti che seguiranno è: se la tesi è vera, parliamo di architetti e vediamo che succede.
Per esempio: mi capita di avere, fra i miei amici più cari, alcuni appartenenti (anche anomali) alla categoria professionale in oggetto, e io stesso ho nutrito una lunga passione per l’architettura, convinto come ero (e sono) che gli ambienti fisici in cui viviamo siano parte fondante di ciò che siamo e diventiamo. A formarci contribuiscono, credo, in egual misura il tessuto sociale, l’ambito familiare così come la definizione degli spazi. E’ un po’ un cane che si morde la coda, invero, giacché le società creano gli spazi che vivono così come gli spazi modellano le società che li abitano. Il punto non è comunque se sia nato prima l’uovo o la gallina, quanto parlare dell’importanza che dovrebbero rivestire in ogni caso (e di cui dovrebbero essere investiti) i progettisti del nostro spazio, gli architetti.
E’ di questi giorni la notizia della inaugurazione della “Diga delle tre gole” (20 / 05 / 2006 La Repubblica: Inaugurata la diga più grande del mondo) in Cina, che creerà un enorme bacino idrico fermando il flusso di uno pei più grandi fiumi del pianeta, il fiume azzurro, lo Yang-Tze. Ovvio e grosso guadagno energetico per la rampante economia cinese, ovvio e grosso guaio per il pianeta (parziale allagamento di uno degli ecosistemi più ricchi in biodiversità del mondo, a stare a sentire gli scienziati che si agitano sconsolati ed inascoltati) e tragedia per il milione e mezzo di sfollati: fin qui non si dice niente di nuovo. Volendo sorvolare sui problemi dello sfruttamento indiscriminato, di cui abbiamo abbondantemente ed amabilmente discusso, c’è una questione di ordine etico e progettuale che preme affrontare.
Certo la Cina sta vivendo un fervore davvero notevole sotto questo aspetto (18 Settembre 2006 – nascerà in Cina la prima eco-città / 22 dicembre 2006 - Progetto CMR e Mario Bellini progettano Tianjin). Un po' come fu Brasilia negli anni tra il 55 ed il 60: la Cina produce ed attira capitali, là dove Brasilia fu eretta accendendo un debito di due miliardi di dollari.
Se per caso l’auto-cancellazione che ci stiamo imponendo non arrivasse a compiersi nel duemiladodici (cosa di cui personalmente dubito, seguendo il trend attuale) e, ripresi per i capelli ed improvvisamente illuminati sulla via della perdizione facessimo dietrofront da un intero concetto di vita, allora proporrei una nuova categoria professionale mista, che potremmo definire architetto missionario, una figura che abbia il coraggio di offrire la propria progettazione per rendere vivibili città come Abidjan, Ouagadogou, Dakar, Santo Domingo, Hyderabad, tanto per citare esempi di cui ho diretta esperienza.
Non si tratta certo di ripetere le esperienze di Chandigarth (Le Corbusier) Brasilia (Nyemeier) o Dacca (Kahn), città costruite e progettate a tavolino negli anni del dopoguerra, che risultano essere nel loro complesso astratte rispetto alla vita (salvo Brasilia, che ha visto un forte sviluppo dalla sua fondazione che le ha consentito di raggiungere, con i sobborghi, i due milioni di abitanti) e soprattutto scollegate dalla cultura del luogo, senza un vero radicamento: si tratta di vivere e comprendere le società e di asservire l’architettura allo scopo di rendere migliori le condizioni di vita di queste ultime. Ovunque.
Non dovrebbe essere questo un punto etico innegabile per gli architetti (un po’ come la regola di Ippocrate dovrebbe esserlo per i medici), ovvero fare dell’architettura, prima che un mezzo di espressione e di sopravvivenza, un mestiere sociale e quindi etico? Ha un senso diverso oggi, nella ormai conclamata ipotesi sotto la quale si annidano tutti questi futili ragionamenti, ovvero che il duemiladodici sia il nostro ultimo anno, la parola etica nel lavoro e maggiormente nel lavoro di un architetto?
L'apokarev - 6
Wed, Dec 2006 09:02
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La quarta dimensione rivista, parte 2 - ovvero "Apologia dell’ozio"
“L’abitudine è una grande sordina”. Quando tempo fa lessi questa frase in Beckett (Aspettando Godot) mi colpì immediatamente per la sua forza di sintesi di un dato fondamentale della condizione umana. In tutte le sue multiformi espressioni, l’uomo è invariabilmente in possesso di una capacità di adattamento ad ogni situazione, anche la più estrema e disagiata; una grande sordina, appunto, che con il tempo e con il reiterarsi di una data esperienza livella tutte le asperità, gli eccessi maligni come quelli benefici per portarli sotto la soglia della norma, rendendoli accettabili.
Questa sorta di oppiaceo naturale, l’abitudine, è quanto di peggio ci sia toccato in sorte.
L’atmosfera di generale disincanto che vive negli occhi, nei pensieri e nella parole della gente, frutto del gattopardesco “niente cambierà mai”, la desolante rassegnazione con la quale fenomeni di mala politica, mala gestione, disonestà sociale vengono subiti, sono frutto dell’abitudine al peggio.
Il peggio è normale, soffiato attraverso la sordina dell'abitudine fino a renderlo accettabile. Lo si subisce come un ineluttabile caso della vita. L’assioma del tengo lavoro, tengo famiglia, tengo problemi, supera e azzera nei fatti qualsiasi volontà (o capacità, speranza?) di cambiamento individuale, giustificando lo status quo. Il tempo, ancora questo tiranno, è già integralmente occupato, in onore all'abitudine alla produttività (produttività: rapporto tra il prodotto totale e la quantità di fattore variabile impiegata per produrlo – Dizionario Garzanti), allo stipendio anche basso purché fisso, anche precario purché stipendio, alle bocche da sfamare, e alle altre mille e una motivazioni (o alla abitudine a certe motivazioni). Ma niente di questo sembra avere una buona “resa” in termini dell’investimento energetico sostenuto: la depressione dilaga (vedi articolo), perlomeno nelle aree ad alto rendimento. Sembra proprio che il frutto (uomo, mondo) sia stato spremuto fino alle ultime gocce, che abbia ancora poco da dare.
Ecco allora dove potrebbe portare la rivoluzione prospettata in Apokarev 3; lavorare meno vuol dire, con una tautologia, oziare di più. Oziare di più però non significa necessariamente produrre di meno: solo produrre (e presumibilmente fruire di) beni diversi, tra gli altri una quantità maggiore di oggetti immateriali quali pensieri, espressioni (più o meno) artistiche ed umane. Consumare e produrre altro sfruttando una risorsa davvero inesauribile e pulita: il tempo, che da tiranno diventa schiavo piegato istante per istante ai desideri dell'individuo. Ovviamente una bestemmia, in un mondo in cui la religione del lavoro ha i suoi proseliti e fanatici, più o meno agguerriti ed aggressivi, disseminati un po' ovunque e più o meno sinceramente apostoli della loro fede. Un mondo in cui persino i veri ricchi vedono il lavoro come un valore, e proprio in virtù di questo approccio hanno perso il senso della nobiltà del tempo e della persona. Dato che, presumibilmente, alla imminente fine dei tempi questo genere di religione non ci salverà, ripropongo come alternativa il mio gioco che costa poco: se è vero che il sistema produttivo, con la sua scala di valori (efficienza, massimizzazione, produttività - piuttosto che prodotti, addirittura - al posto di tempo: in una parola negotium – con uomini relegati al binomio produttori e/o consumatori -, opposto di otium) ha fallito miseramente nella sua promessa di un mondo migliore abitato da uomini felici, allora, per dirla con Robert Louis Stevenson, "Dobbiamo rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all'interno del difficile mestiere di vivere" ed "E' meglio trovare un uomo o una donna felice piuttosto che una banconota da 5 sterline" (da Elogio dell'ozio, 1877).
Oziare è pensiero, oziare porta consapevolezza, l’ozio porta ad una gestione del tempo diversa, l’ozio è a impatto ambientale zero, l'ozio è attenzione a quel che circonda, l'ozio è contemplazione e apprezzamento. L’ozio non è “il padre di tutti i vizi”, l’ozio non è solo equivalente di (dolce) far niente, l’ozio è – primariamente - un’attività creativa, e certo l’ozio è disprezzato da chiunque ha bisogno di forme più o meno accreditate e accettate di schiavismo, non tanto per perpetrare lo stato delle cose, quanto per determinare il trend delle cose. L'ozio, pere dirla tutta, non viene mai citato nelle campagne elettorali, nelle riunioni di confindustria, nei C.d.A., nelle trasmissioni di Vespa: l'ozio è un tabù, un'abitudine dimenticata e non così semplice da reintrodurre in un “sistema” che tanto pare averla in odio, ben-pensando che la felicità la facciano altre cose.
Eppure la logica della produttività, dello sfruttamento incondizionato delle risorse, naturali e umane, mostra evidenti i segni di uno sfaldamento, le crepe rovinose di un sistema che ha ottime probabilità di portarci tutti in fondo alla famosa bocca del vulcano. E’ difficile contraddire questo assunto. E allora, ancora: perché non siamo in grado di sottrarci alla logica in questione, dando inizio a questa “dolce rivoluzione”? Cosa ci impedisce di trascorrere questi ultimi sei anni oziando in attesa dell'inevitabile inversione magnetica dell'asse terrestre, piuttosto che imbutandoci nelle circonvallazioni per finire comunque, presto o tardi ma comunque, sotto i famosi tre metri? Perché insistiamo nel riempire serbatoi di carburante benzina invece di riempire teste di carburante tempo, perché continuare a produrre molto più di quel che serve (sto ancora pensando ad un'autovettura, in grado di schiantarsi a 240 all'ora mentre si ammira da vicino, per la prima ed ultima volta, la necessaria tecnologia dell'airbag) e oziare assai meno del desiderato.

Questa sorta di oppiaceo naturale, l’abitudine, è quanto di peggio ci sia toccato in sorte.
L’atmosfera di generale disincanto che vive negli occhi, nei pensieri e nella parole della gente, frutto del gattopardesco “niente cambierà mai”, la desolante rassegnazione con la quale fenomeni di mala politica, mala gestione, disonestà sociale vengono subiti, sono frutto dell’abitudine al peggio.
Il peggio è normale, soffiato attraverso la sordina dell'abitudine fino a renderlo accettabile. Lo si subisce come un ineluttabile caso della vita. L’assioma del tengo lavoro, tengo famiglia, tengo problemi, supera e azzera nei fatti qualsiasi volontà (o capacità, speranza?) di cambiamento individuale, giustificando lo status quo. Il tempo, ancora questo tiranno, è già integralmente occupato, in onore all'abitudine alla produttività (produttività: rapporto tra il prodotto totale e la quantità di fattore variabile impiegata per produrlo – Dizionario Garzanti), allo stipendio anche basso purché fisso, anche precario purché stipendio, alle bocche da sfamare, e alle altre mille e una motivazioni (o alla abitudine a certe motivazioni). Ma niente di questo sembra avere una buona “resa” in termini dell’investimento energetico sostenuto: la depressione dilaga (vedi articolo), perlomeno nelle aree ad alto rendimento. Sembra proprio che il frutto (uomo, mondo) sia stato spremuto fino alle ultime gocce, che abbia ancora poco da dare.
Ecco allora dove potrebbe portare la rivoluzione prospettata in Apokarev 3; lavorare meno vuol dire, con una tautologia, oziare di più. Oziare di più però non significa necessariamente produrre di meno: solo produrre (e presumibilmente fruire di) beni diversi, tra gli altri una quantità maggiore di oggetti immateriali quali pensieri, espressioni (più o meno) artistiche ed umane. Consumare e produrre altro sfruttando una risorsa davvero inesauribile e pulita: il tempo, che da tiranno diventa schiavo piegato istante per istante ai desideri dell'individuo. Ovviamente una bestemmia, in un mondo in cui la religione del lavoro ha i suoi proseliti e fanatici, più o meno agguerriti ed aggressivi, disseminati un po' ovunque e più o meno sinceramente apostoli della loro fede. Un mondo in cui persino i veri ricchi vedono il lavoro come un valore, e proprio in virtù di questo approccio hanno perso il senso della nobiltà del tempo e della persona. Dato che, presumibilmente, alla imminente fine dei tempi questo genere di religione non ci salverà, ripropongo come alternativa il mio gioco che costa poco: se è vero che il sistema produttivo, con la sua scala di valori (efficienza, massimizzazione, produttività - piuttosto che prodotti, addirittura - al posto di tempo: in una parola negotium – con uomini relegati al binomio produttori e/o consumatori -, opposto di otium) ha fallito miseramente nella sua promessa di un mondo migliore abitato da uomini felici, allora, per dirla con Robert Louis Stevenson, "Dobbiamo rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all'interno del difficile mestiere di vivere" ed "E' meglio trovare un uomo o una donna felice piuttosto che una banconota da 5 sterline" (da Elogio dell'ozio, 1877).
Oziare è pensiero, oziare porta consapevolezza, l’ozio porta ad una gestione del tempo diversa, l’ozio è a impatto ambientale zero, l'ozio è attenzione a quel che circonda, l'ozio è contemplazione e apprezzamento. L’ozio non è “il padre di tutti i vizi”, l’ozio non è solo equivalente di (dolce) far niente, l’ozio è – primariamente - un’attività creativa, e certo l’ozio è disprezzato da chiunque ha bisogno di forme più o meno accreditate e accettate di schiavismo, non tanto per perpetrare lo stato delle cose, quanto per determinare il trend delle cose. L'ozio, pere dirla tutta, non viene mai citato nelle campagne elettorali, nelle riunioni di confindustria, nei C.d.A., nelle trasmissioni di Vespa: l'ozio è un tabù, un'abitudine dimenticata e non così semplice da reintrodurre in un “sistema” che tanto pare averla in odio, ben-pensando che la felicità la facciano altre cose.
Eppure la logica della produttività, dello sfruttamento incondizionato delle risorse, naturali e umane, mostra evidenti i segni di uno sfaldamento, le crepe rovinose di un sistema che ha ottime probabilità di portarci tutti in fondo alla famosa bocca del vulcano. E’ difficile contraddire questo assunto. E allora, ancora: perché non siamo in grado di sottrarci alla logica in questione, dando inizio a questa “dolce rivoluzione”? Cosa ci impedisce di trascorrere questi ultimi sei anni oziando in attesa dell'inevitabile inversione magnetica dell'asse terrestre, piuttosto che imbutandoci nelle circonvallazioni per finire comunque, presto o tardi ma comunque, sotto i famosi tre metri? Perché insistiamo nel riempire serbatoi di carburante benzina invece di riempire teste di carburante tempo, perché continuare a produrre molto più di quel che serve (sto ancora pensando ad un'autovettura, in grado di schiantarsi a 240 all'ora mentre si ammira da vicino, per la prima ed ultima volta, la necessaria tecnologia dell'airbag) e oziare assai meno del desiderato.
L'Apokarev - 5
Thu, Dec 2006 12:32
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Se lo affermano in troppi, ergo ci deve essere del marcio sotto, questa la mia idea. Se la notizia proviene dai mezzi di informazione canonici, non c’è scampo alcuno, è stata manipolata e sottomessa ad una intenzione, non è più notizia, è propaganda. Quindi abbiamo tutti necessità di discernimento, per fuggire, difendersi dall’appiattimento su una posizione morale, culturale, sociale.
La diversità, la differenza, l’unicità dell’idea è ciò che ha sempre ampliato le vedute dell’uomo, non il contrario.
Chiarito questo breve preambolo, non resta che scagliarsi contro il Natale.
L’inutilità del dovere del regalo, del dovere della riunione, del dovere della felicità (che tanto ricorda “il mondo nuovo” di Aldous Huxley), della solidarietà asciuga coscienze. E’ spargendo melassa che pacifichiamo quel bisogno tutto occidentale di sentirsi “brave persone” per cinque minuti, per un giorno almeno.
Ebbene, odio il Natale.
Odio la sua forma borghese tutta commerciale che si nutre della faciloneria dei bei sentimenti a buon mercato - un regalo inutile qui, uno superfluo là - una volta l’anno e poi giù a scuoiarsi bava alla bocca nel grande calderone per tutti gli altri giorni non comandati dal signore. Odio il Natale dei cenoni voluttuosi consumati di fronte alla televisione ed alle immagini di uno qualunque, uno qualsiasi dei paesi mal messi fatti di pance vuote e morte per sete e fame, odio quelle bocche piene ed i piatti di rifiuti ed avanzi, mai vuoti a fine pasto. Odio il Natale dei Babbo Natale comparsa nei supermercati, dei bambini a farsi immortalare in compagnia di un riottoso poveraccio che sotto il barbone bianco cova in fondo alla giornata propositi degni d’Erode. Odio il Natale delle letterine al caro vecchio con il conto a fine pagina simile al mutuo per la prima casa; odio il Natale delle riunione doverose di famiglie inesistenti, slegate, rancorose, che per una sera volemossebbene; odio il Natale delle migliaia di pini buttati nel cesso (quanti di voi lo piantano cercando di allungargli la vita?) e delle palline e lucine colorate conservate (quelle si') nel garage per l’anno seguente; odio il Natale, che il presepe è fondamentale, necessario mille volte più di ciò che dovrebbe significare, che anzi, privo di significato è pure meglio, meno ingombrante; odio il Natale del questo anno prometto le mille cose che non ho mai mantenuto ed ancora ho il coraggio di guardarmi allo specchio ogni ventisei dicembre mattina, con il solito ictus cerebrale che provvede a cancellarmi i buoni e santi propositi della sera prima; odio il Natale, la festa della donna, del papà, della mamma, la giornata degli anziani, i telethon, le “giornate per” e tutte gli altri immancabili appuntamenti senza i quali da soli non sembriamo in grado di utilizzare autonomamente il cervello.
Odio il Natale che tutti i natale torna, sempre uguale a sé stesso ed ogni volta un po’ meno Natale. Meno male che almeno, in attesa del natale 2012 che non arriverà mai - essendo la fine prevista per il 21 dicembre -, c'è una lettura interessante al riguardo: La Verità su Babbo Natale.
L'Apokarev - 4
Mon, Dec 2006 09:26
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In ballo ovviamente, in Centro e Sud America c’è molto di più.
L’acqua, ad esempio. Il Sud America, da solo, detiene circa il 42% delle risorse mondiali di acqua. Il bacino Guaranì, che si estende sotto Brasile, Paragay, Uruguay e Argentina attira le mire di molti. Se è vero che i moderni illuministi, celebrando il progresso sostengono che il bisogno di acqua globale diminuirà nei prossimi anni, grazie alla coltivazione goccia a goccia, all’utilizzo di sementi geneticamente modificate che richiedono meno irrigazione, è opinione diffusa che la risorsa naturale acqua diventerà, a breve, abbastanza scarsa. Città del Messico potrebbe rimanere senza acqua già nel 2007. Alcuni stati del sud ovest americano affrontano già carenze in questo senso. Quindi, la presenza di truppe statunitensi in Paraguay fa temere manovre poco chiare; la denuncia è arrivata direttamente da voci autorevoli, come il premio nobel per la pace argentino Adolfo Perez Esquivel.
I problemi per gli Stati Uniti su questa strada, però, sono molti. Intanto il Sud America è ostile, e questa non è certo una novità. Il Neo conservatorismo dell’amministrazione Bush non attira simpatie, tanto meno in paesi che negli Stati Uniti vedono più che un'opportunità una minaccia tangibile e già sperimentata di intromissione. Inoltre i governi di Lula (Brasile, rieletto pochi mesi fa al suo secondo mandato), Chavez (venezuelano, anch’esso rieletto questa settimana con un 60% di consensi), Morales (boliviano), Bachelet (Cile, la prima donna presidente del sud america nel paese dove un colpo di stato del 1973 della destra – appoggiato dalla CIA – rovesciò il governo socialista eletto democraticamente uccidendo l’allora presidente Allende, portando al potere Pinochet morto giusto ieri), e De la Rua (dimissionario, fra l’altro, in queste ore) in Argentina, per citare cinque colossi dell’area, sono di sinistra (se non dichiaratamente Comunisti, Castristi, insomma genericamente rossastri) ed hanno accolto il recente viaggio (novembre 2005, vedi l’articolo) del presidente George W. Bush a promozione del “trattato” (che qui si chiama Alca) con estrema freddezza. Le popolazioni, come accade da molto tempo a questa parte, hanno dato luogo a vibranti manifestazioni di protesta in ogni paese dove il Presidente USA si sia trovato a passare (persino Maradona in Argentina guidava un treno di protesta, vestendo una maglietta con la svastica al posto della S di Bush). Pare che il trattato di libero commercio fatichi a decollare con questi paesi.
Ecco perché il governo americano si rivolge verso i più piccoli (e deboli, con spalle meno grosse) paesi dell’area e verso gli “amici”. Il neo eletto presidente messicano, ancora prima di prestare giuramento (in una seduta del parlamento simile ad un incontro di boxe, dovuta ai sospetti di brogli – vedi L'Apokarev n.2) ha pagato dazio con tanto di visita alla casa bianca. Stesso appoggio ha dato il presidente di Panama (dove, per inciso, gli Stati Uniti mantengono un commando a protezione dei loro interessi sullo stretto).
L’impressione è comunque che stia succedendo qualcosa di anomalo (e molto interessante): viene il sospetto che gli Stati Uniti si ritrovino una serpe in seno, nel cortile di casa, come viene amichevolmente chiamato il Sud America. Che non siano più in grado di guidare gli eventi lontani né tanto meno i vicini, cosa che li ha visti indubbiamente capaci per oltre cinquanta anni, dal dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino. Il declino dell’impero americano fa parte, pare, di questa fine di mondo annunciata. Auguriamoci fortemente che il moribondo non sia violento nel suo morire più di quanto non abbia dimostrato in questi sciagurati anni di guerre plurime: un 2012 scatenato dagli Americani sarebbe oltretutto prevedibile, quasi noioso. Preferiremmo scomparire in modo più originale, con un improvvisato disastro planetario extra-umano, magari proprio grazie all'inversione magnetica dei poli. Ma vallo a spiegare a Bush, che vuol fare tutto lui.
L'Apokarev - 3
Tue, Dec 2006 06:58
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La quarta dimensione rivista – parte prima
Organizzare è umano.
Anzi, organizzare è diabolico, in quanto motore propulsore dell’intera attività della società occidentale, la quale si avvia allegramente a erigersi come modello dominante di comportamento estendendo i suoi domini sul globo intero. Vittoria di Pirro, direi, su un regno sgretolato, un mondo che abbiamo contribuito in maniera determinante a portare sull’orlo del collasso, proprio per mezzo della nostra capacità di organizzare gli eventi futuri.
Prevedere gli eventi, pare, è ciò che rende l’uomo diverso dalle altre specie viventi. Ovvero, è la sua capacità di porsi verso il futuro, di cercare di determinare quale sarà una data sequenza di eventi - che vadano ben al di là dell’immediato rapporto di causa effetto - che consente all’uomo, spingendo la sua mente in là nel tempo, di adottare una serie di comportamenti atti a “guidare” al meglio gli stessi eventi. Una attività, questa, estremamente legata alla logica e alla causalità.
Non si tratta di prefigurarsi scenari improbabili e di renderli reali, quanto di cercare, fra gli N scenari possibili, di scartare gli improbabili, e quindi determinare i plausibili, probabili ed infine i quasi certi. Quanto più la specie umana e le sue società sono state capaci di sfruttare questo modello “previsionale”, tanto hanno avuto successo nell’evolversi. Si potrebbe concludere che la capacità umana di preconizzare eventi ad una certa distanza nel tempo (e di indovinare, ovviamente), sia la misura del suo sviluppo. Questo concetto trova una applicazione estrema nella nostra società (occidentale), organizzata sulla base del lavoro, e quindi su di una rigida codifica del tempo presente e futuro.
Detto brutalmente, la maggioranza di noi è in grado, senza troppo faticare, di poter dire cosa succederà plausibilmente nella sua vita nelle prossime ventiquattro ore, nella prossima settimana, a volta persino nei prossimi sei mesi, un anno. La scintilla motoria di questa previsione è data dal lavoro, che ha tanta importanza per noi da essere persino citato come primo mattone della costituzione: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.
Questo castello di congetture però inizia improvvisamente a sfaldarsi nel momento in cui cessiamo di fondare la nostra società sul concetto stesso di lavoro. Per quanto folle questa idea appaia, vicini come siamo al collasso in questo terzo millennio, tanto vale fare questo esercizio di retorica per vedere dove porta.
Nel momento in cui il lavoro cessa di essere il motore plasmante delle nostre esistenze, l’idea stessa di tempo si riforma, e con essa il medesimo bisogno – primario oggi – di trovarsi a navigare in un tempo largamente previsto, organizzato, un “tempo amico”. Se spegnessimo la torcia che ci permette di vedere nell’oscurità del futuro, affidandoci al caso, tutto diverrebbe senz’altro caotico.
Come caotiche, spesso, ci appaiono le culture “altre”.
Esempi in merito: le popolazioni africane, o quelle del centro america. La fascia del mondo povera del pianeta che non ha potuto godere del tocco di Mida del nostro modello di sviluppo, tocco che, nei casi in cui lo ha dovuto subire, spesso ha partorito risultati mostruosi. Viaggiare in questi luoghi mi ha sempre dato la sensazione di vivere un tempo dilatato: i maggiori sforzi che ho sempre sofferto non sono mai stati dati dal doversi acclimatare, quanto dal doversi adattare ad un fluire del tempo diverso. Ho frequentemente sofferto di uno straniamento, un disturbo chiarissimo, la sensazione di essere fuori tempo, di vivere un tempo asincrono con il resto dell’ambiente che mi circondava. E non si trattava di Jet-lag.
Necessariamente generalizzando, come è d’obbligo in un argomento così vasto, mi pare che la gestione del tempo in queste popolazioni sia senz’altro differente dalla nostra. Oserei dire che è la maggior differenza che ci separa da loro. Di conseguenza diventa una differenza culturale: semplicemente, presso alcun culture, la vita non è scandita dal metro del lavoro. Spesso l’ottica si sposta dal lungo termine, come è in noi, al breve, brevissimo. Si vive, in qualche modo, solo il presente: si coglie l’attimo. Con ovvie conseguenze, a volte catastrofiche. Quando invece cerchiamo di imporre il “nostro” tempo sul tempo altrui, di altre culture, non otteniamo altro che conflitto. Ovviamente, essendo la nostra divenuta la cultura dominante (grazie proprio alla nostra capacità di organizzare il tempo e di prevedere scenari futuri) tendiamo ad imporre questo modello, che però ha prodotto i risultati sotto gli occhi di tutti.
Ed allora.
Siamo ancora veramente in grado di cantare, come gli illuministi, le magnifiche e progressive sorti dell’uomo? Alla fine dei tempi come siamo, cosa ci trattiene dal riconsiderare totalmente il nostro modello di sviluppo, la nostra stessa concezione di tempo, l’organizzazione delle ore subordinata in primo luogo al lavoro? Dove realmente porterebbe questa rivoluzione copernicana nella gestione del nostro tempo, delle nostre vite?

Anzi, organizzare è diabolico, in quanto motore propulsore dell’intera attività della società occidentale, la quale si avvia allegramente a erigersi come modello dominante di comportamento estendendo i suoi domini sul globo intero. Vittoria di Pirro, direi, su un regno sgretolato, un mondo che abbiamo contribuito in maniera determinante a portare sull’orlo del collasso, proprio per mezzo della nostra capacità di organizzare gli eventi futuri.
Prevedere gli eventi, pare, è ciò che rende l’uomo diverso dalle altre specie viventi. Ovvero, è la sua capacità di porsi verso il futuro, di cercare di determinare quale sarà una data sequenza di eventi - che vadano ben al di là dell’immediato rapporto di causa effetto - che consente all’uomo, spingendo la sua mente in là nel tempo, di adottare una serie di comportamenti atti a “guidare” al meglio gli stessi eventi. Una attività, questa, estremamente legata alla logica e alla causalità.
Non si tratta di prefigurarsi scenari improbabili e di renderli reali, quanto di cercare, fra gli N scenari possibili, di scartare gli improbabili, e quindi determinare i plausibili, probabili ed infine i quasi certi. Quanto più la specie umana e le sue società sono state capaci di sfruttare questo modello “previsionale”, tanto hanno avuto successo nell’evolversi. Si potrebbe concludere che la capacità umana di preconizzare eventi ad una certa distanza nel tempo (e di indovinare, ovviamente), sia la misura del suo sviluppo. Questo concetto trova una applicazione estrema nella nostra società (occidentale), organizzata sulla base del lavoro, e quindi su di una rigida codifica del tempo presente e futuro.
Detto brutalmente, la maggioranza di noi è in grado, senza troppo faticare, di poter dire cosa succederà plausibilmente nella sua vita nelle prossime ventiquattro ore, nella prossima settimana, a volta persino nei prossimi sei mesi, un anno. La scintilla motoria di questa previsione è data dal lavoro, che ha tanta importanza per noi da essere persino citato come primo mattone della costituzione: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.
Questo castello di congetture però inizia improvvisamente a sfaldarsi nel momento in cui cessiamo di fondare la nostra società sul concetto stesso di lavoro. Per quanto folle questa idea appaia, vicini come siamo al collasso in questo terzo millennio, tanto vale fare questo esercizio di retorica per vedere dove porta.
Nel momento in cui il lavoro cessa di essere il motore plasmante delle nostre esistenze, l’idea stessa di tempo si riforma, e con essa il medesimo bisogno – primario oggi – di trovarsi a navigare in un tempo largamente previsto, organizzato, un “tempo amico”. Se spegnessimo la torcia che ci permette di vedere nell’oscurità del futuro, affidandoci al caso, tutto diverrebbe senz’altro caotico.
Come caotiche, spesso, ci appaiono le culture “altre”.
Esempi in merito: le popolazioni africane, o quelle del centro america. La fascia del mondo povera del pianeta che non ha potuto godere del tocco di Mida del nostro modello di sviluppo, tocco che, nei casi in cui lo ha dovuto subire, spesso ha partorito risultati mostruosi. Viaggiare in questi luoghi mi ha sempre dato la sensazione di vivere un tempo dilatato: i maggiori sforzi che ho sempre sofferto non sono mai stati dati dal doversi acclimatare, quanto dal doversi adattare ad un fluire del tempo diverso. Ho frequentemente sofferto di uno straniamento, un disturbo chiarissimo, la sensazione di essere fuori tempo, di vivere un tempo asincrono con il resto dell’ambiente che mi circondava. E non si trattava di Jet-lag.
Necessariamente generalizzando, come è d’obbligo in un argomento così vasto, mi pare che la gestione del tempo in queste popolazioni sia senz’altro differente dalla nostra. Oserei dire che è la maggior differenza che ci separa da loro. Di conseguenza diventa una differenza culturale: semplicemente, presso alcun culture, la vita non è scandita dal metro del lavoro. Spesso l’ottica si sposta dal lungo termine, come è in noi, al breve, brevissimo. Si vive, in qualche modo, solo il presente: si coglie l’attimo. Con ovvie conseguenze, a volte catastrofiche. Quando invece cerchiamo di imporre il “nostro” tempo sul tempo altrui, di altre culture, non otteniamo altro che conflitto. Ovviamente, essendo la nostra divenuta la cultura dominante (grazie proprio alla nostra capacità di organizzare il tempo e di prevedere scenari futuri) tendiamo ad imporre questo modello, che però ha prodotto i risultati sotto gli occhi di tutti.
Ed allora.
Siamo ancora veramente in grado di cantare, come gli illuministi, le magnifiche e progressive sorti dell’uomo? Alla fine dei tempi come siamo, cosa ci trattiene dal riconsiderare totalmente il nostro modello di sviluppo, la nostra stessa concezione di tempo, l’organizzazione delle ore subordinata in primo luogo al lavoro? Dove realmente porterebbe questa rivoluzione copernicana nella gestione del nostro tempo, delle nostre vite?
L'Apokarev - 2
Mon, Dec 2006 06:55
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Improvvisamente tutte le previsioni degli istituti di sondaggio sono andate a farsi benedire.
Cosa succede allora in Italia? Seguono una serie di esternazioni da parte dei politici nostrani (talmente ovvie che evito persino di riportarle): si incomincia a levare a gran voce la richiesta della conta delle schede bianche, pare che la magistratura si metta in moto in questo senso, ma, dopo qualche giorno, e qui sta il bello, arriva la sorpresa: l’incriminazione dei giornalisti Deaglio & Cremagnini per un reato che non credevo esistesse : “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'opinione pubblica”.
Le schede bianche in Italia, inoltre, non verranno ricontate, tanto, si sottolinea, la trasmissione elettronica dei voti non serviva a nulla, era ininfluente, quello che faceva fede era la conta manuale.
L’opinione pubblica turbata dalle notizie false e tendenziose dei giornalisti di Diario si attende quindi che succeda qualcosa, e puntuale, il giorno dopo, il nostro ministro degli interni si preoccupa di rassicurare che non si sarebbe piu’ fatto uso del sistema di voto elettronico (Voto elettronico, Amato dice no "Abbiamo deciso di fermarci" - La Repubblica - 29 nov 2006) – ma non era ininfluente?.
La faccenda non profuma per niente.
Il povero Deaglio si trova incriminato (rischia fino ad un massimo di tre mesi). Le schede non saranno ricontate. Vorrei solo esternare questo: nei vituperati States, ci sono decine di docufilm che tentano di dimostrare (Loose change, e’ l’esempio piu’ eclatante) come l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 abbia, per usare un eufemismo, alcuni punti oscuri che arrivano a metter in gioco direttamente il capo della casa bianca. Nessuno li ha incriminati.
In Italia la liberta´di informazione, di stampa, insomma tutte quelle panzane con cui ci riempiono la testa fin da piccoli, come funzionano esattamente?
E la democrazia? Le elezioni in america del 2001 furono vinte per poche centinaia di voti, lo stesso per quanto riguarda le elezioni in Italia, e quelle, da poco concluse, in Messico, dove tutti e due i contendenti si autoproclamano vincitori da luglio 2006 (guarda caso uno filoamericano, uno di sinistra) Stesse modalita´, stessa scarsa chiarezza. Voto elettronico, metodi di coercizione al voto, intimidazione, compravendita dei voti. Ma la democrazia, il potere del popolo sovrano che lo esercita per mezzo del voto, come funziona esattamente?
Se davvero ci restassero sei anni e nel 2012 dovessimo tutti rendere l’anima all’universo, avrebbero un senso diverso oggi, adesso, in questo momento, le parole liberta’ e democrazia?
L'Apokarev - 1
Fri, Dec 2006 07:39
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L’Apokarev, acronimo di Apokalupsis Revolutioner
Ovvero qualcosa che necessita di una spiegazione. Ci sono alcuni di noi che vivono nella convinzione che il mondo (o la vita umana su di esso) sia destinato a finire o perlomeno a subire drastici cambiamenti a breve termine, ad opera, guarda un po’, della dissennatezza stessa del genere umano. Un suicidio di massa annunciato.
Minacciata nella sua stessa esistenza da inquinamento, effetto serra, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, sfruttamento indiscriminato delle risorse e delle persone, e, perché no, guerre mondiali, ordigni atomici, la specie uomo inquieta si affida alla ragione. Interrogati in proposito, i rappresentanti più accreditati del razionale, gli scienziati, hanno preso a determinare negli ultimi anni la data di scadenza del prodotto Uomo, il punto di non ritorno: sempre più vicina a noi, si parla del 2050 o giù di lì, anno in cui termineranno le ultime scorte di petrolio (e inizieranno guerre per accaparrarsi altri composti quali l’acqua potabile), i poli avranno terminato di sciogliersi, i mari avranno innalzato il loro livello, intere parti di costa saranno già scomparsi (Venezia, San Francisco, Sidney fra le altre) ed il clima, irrimediabilmente fuori di brocca, avrà definitivamente perso la propria prevedibilità, che già oggi non è poi così banale.
In altre parole l’Apocalisse.
Ovvero l’argomento del momento. Politici di grido (Ultimi in ordine di tempo il dimissionario premier britannico – ansa del 30 ottobre: CLIMA: BLAIR, SE NON FACCIAMO NULLA SARA' IL DISASTRO - promotore del rapporto stilato dal capo economista della Banca Mondiale Nicholas Stern) e opinion maker lo rendono un tema quasi più interessante di tutti i gossip messi insieme. Questo, più o meno, sta accadendo a livello planetario. Con la ostinata (e ostentata) sordità dell’amministrazione Americana.
In questo fosco scenario, un gruppetto di folli ha deciso di documentarsi e di aggrapparsi alle tesi che vorrebbero la fine del mondo un poco più prossima: ipotesi forse meno credibili, ma di sicuro più precise. Il 23 dicembre 2012, infatti, il mondo come lo conosciamo cesserà di esistere. Gli argomenti che costoro adducono sono molti e vari, ed hanno pure le loro basi, se si vuole nobilitarle di una qualche qualifica, scientifiche.
Bene, quello che di tutto questo ci interessa non è tanto la veridicità o meno di queste tesi, quanto tutto ciò che, per dirla in termini più aulici, la portata filosofica della questione si porta (appunto) dietro. In breve ammettiamo per ipotesi, diciamo che allo stato attuale una previsione vale l'altra e quindi prendiamo per vero, decidiamo la nostra posizione un po' come fanno i politici, senza una reale cognizione di causa, insomma sì: il 2012 è l'anno della fine. Se è vero che stiamo effettivamente danzando sul famoso orlo del temuto vulcano che ha già iniziato a fumare ed eruttare, ne deduciamo che l’Apokalupsis è proprio dietro l’angolo. Perché non riconsiderare il nostro modus vivendi, quindi, situati come siamo al capolinea o perlomeno alla fine di un ciclo? La domanda diventa la seguente ed è piuttosto banale: se la fine certificata del mondo fosse diciamo davvero fra sei anni, nel 2012, come impiegheremmo il tempo residuo? Ad esempio lasceremmo che il lavoro sia ancora il motore delle nostre vite, l’organizzatore del nostro tempo come lo e’ sempre stato?
In altre parole la Rivoluzione.
Ovvero il sentire di Ciumeo. Sulla scia di queste considerazioni noi di Ciumeo abbiamo deciso di deliziarvi con un blog dedicato all'argomento, che si chiama appunto L'APOKAREV e che contiene di tutto ed un po’, sicuramente poco corretto, spesso sporco, underground, fatto di racconti, reportages, foto, storie di vita, storie del mondo (le storie di fantasia le continuerete a trovare nella sezione Sala di lettura), mondo locale eppure globale, dove (speriamo) troveranno cittadinanza tutti quelli che ne hanno voglia. L’attualità sarà certo un punto di forza, si scorreranno cronache mondiali alla ricerca di ciò che succede in giro nel mondo e che i nostri giornali (vessati dagli editori, incastrati dai politici, esautorati nel loro ruolo dall'assioma del tengo famiglia) non possono o non vogliono pubblicare, come si discuterà di quello che succede in casa nostra, di come vengono fornite e assorbite le notizie. Una fonte di informazione e di sfogo, certo, che si augura semplicemente e volta volta di arrivare a pubblicare il post successivo.
Emiliano, Enrico.
Ovvero qualcosa che necessita di una spiegazione. Ci sono alcuni di noi che vivono nella convinzione che il mondo (o la vita umana su di esso) sia destinato a finire o perlomeno a subire drastici cambiamenti a breve termine, ad opera, guarda un po’, della dissennatezza stessa del genere umano. Un suicidio di massa annunciato.
Minacciata nella sua stessa esistenza da inquinamento, effetto serra, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, sfruttamento indiscriminato delle risorse e delle persone, e, perché no, guerre mondiali, ordigni atomici, la specie uomo inquieta si affida alla ragione. Interrogati in proposito, i rappresentanti più accreditati del razionale, gli scienziati, hanno preso a determinare negli ultimi anni la data di scadenza del prodotto Uomo, il punto di non ritorno: sempre più vicina a noi, si parla del 2050 o giù di lì, anno in cui termineranno le ultime scorte di petrolio (e inizieranno guerre per accaparrarsi altri composti quali l’acqua potabile), i poli avranno terminato di sciogliersi, i mari avranno innalzato il loro livello, intere parti di costa saranno già scomparsi (Venezia, San Francisco, Sidney fra le altre) ed il clima, irrimediabilmente fuori di brocca, avrà definitivamente perso la propria prevedibilità, che già oggi non è poi così banale.
In altre parole l’Apocalisse.
Ovvero l’argomento del momento. Politici di grido (Ultimi in ordine di tempo il dimissionario premier britannico – ansa del 30 ottobre: CLIMA: BLAIR, SE NON FACCIAMO NULLA SARA' IL DISASTRO - promotore del rapporto stilato dal capo economista della Banca Mondiale Nicholas Stern) e opinion maker lo rendono un tema quasi più interessante di tutti i gossip messi insieme. Questo, più o meno, sta accadendo a livello planetario. Con la ostinata (e ostentata) sordità dell’amministrazione Americana.
In questo fosco scenario, un gruppetto di folli ha deciso di documentarsi e di aggrapparsi alle tesi che vorrebbero la fine del mondo un poco più prossima: ipotesi forse meno credibili, ma di sicuro più precise. Il 23 dicembre 2012, infatti, il mondo come lo conosciamo cesserà di esistere. Gli argomenti che costoro adducono sono molti e vari, ed hanno pure le loro basi, se si vuole nobilitarle di una qualche qualifica, scientifiche.
Bene, quello che di tutto questo ci interessa non è tanto la veridicità o meno di queste tesi, quanto tutto ciò che, per dirla in termini più aulici, la portata filosofica della questione si porta (appunto) dietro. In breve ammettiamo per ipotesi, diciamo che allo stato attuale una previsione vale l'altra e quindi prendiamo per vero, decidiamo la nostra posizione un po' come fanno i politici, senza una reale cognizione di causa, insomma sì: il 2012 è l'anno della fine. Se è vero che stiamo effettivamente danzando sul famoso orlo del temuto vulcano che ha già iniziato a fumare ed eruttare, ne deduciamo che l’Apokalupsis è proprio dietro l’angolo. Perché non riconsiderare il nostro modus vivendi, quindi, situati come siamo al capolinea o perlomeno alla fine di un ciclo? La domanda diventa la seguente ed è piuttosto banale: se la fine certificata del mondo fosse diciamo davvero fra sei anni, nel 2012, come impiegheremmo il tempo residuo? Ad esempio lasceremmo che il lavoro sia ancora il motore delle nostre vite, l’organizzatore del nostro tempo come lo e’ sempre stato?
In altre parole la Rivoluzione.
Ovvero il sentire di Ciumeo. Sulla scia di queste considerazioni noi di Ciumeo abbiamo deciso di deliziarvi con un blog dedicato all'argomento, che si chiama appunto L'APOKAREV e che contiene di tutto ed un po’, sicuramente poco corretto, spesso sporco, underground, fatto di racconti, reportages, foto, storie di vita, storie del mondo (le storie di fantasia le continuerete a trovare nella sezione Sala di lettura), mondo locale eppure globale, dove (speriamo) troveranno cittadinanza tutti quelli che ne hanno voglia. L’attualità sarà certo un punto di forza, si scorreranno cronache mondiali alla ricerca di ciò che succede in giro nel mondo e che i nostri giornali (vessati dagli editori, incastrati dai politici, esautorati nel loro ruolo dall'assioma del tengo famiglia) non possono o non vogliono pubblicare, come si discuterà di quello che succede in casa nostra, di come vengono fornite e assorbite le notizie. Una fonte di informazione e di sfogo, certo, che si augura semplicemente e volta volta di arrivare a pubblicare il post successivo.
Emiliano, Enrico.