Now - 1, Articolo divulgativo d'estetica

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La fabbrica di polli
All’alba del nuovo anno, consapevole che ne restano sei, non posso fare a meno di chiedermi quanti avranno ricevuto per natale una macchina fotografica digitale e quanti l’abbiano usata in questo capodanno con l’espressione del pollo d’allevamento.
Delle macchine digitali viene pubblicizzata principalmente la praticità, che permetterà di evitare i noiosi rapporti col fotografo per farsi stampare qualche dozzina di foto anonime: in altre parole con le macchine fotografiche digitali si potranno avere solo belle foto, scattate, (non) sviluppate e stampate dalla stessa persona in nome del pur sempre valido “chi fa da sé, eccetera”.
Nella realtà, come molti constateranno l’avere una digitale non salva dall’avere fotografie grigie e banali.
Se partiamo dal presupposto che una macchina fotografica è un medium, per estensione un linguaggio compiuto e autonomo, è abominevole credere che un tipo di macchina fotografica equivalga a un’altra.
Ci sono diversi tipi di macchine fotografiche, e queste si possono dividere in due grandi gruppi: reflex e non reflex. Il primo tipo si riferisce alle reflex 35mm e alle assemblad, mentre nella seconda categoria rientrano le normali macchine domestiche, le usa e getta, le Polaroid, quasi tutta la serie della Lomo e il grado zero della fotografia - la scatola di cartone con foro e negativo.
Ognuna di queste macchine ha dato prova di grande sensibilità estetica, per cui la domanda che ci interessa è: perché le foto domestiche non sono mai belle come promesso?
La prima risposta è che l’aggettivo bello non rientra nel vocabolario fotografico, nessuna foto è bella, le foto possono essere più o meno efficaci nell’esprimere un concetto.
E quest’espressione non è legata alla risoluzione, al pre-flash che permette di avere soggetti senza occhi rossi o alla possibilità di eliminare una foto sfocata, è legata invece alla consapevolezza che si ha del medium di cui si dispone.
In altre parole la foto “bella” è data dal sapere cosa dire e dal sapere come dirlo.
Se la fotografia è un linguaggio, essa ha una propria grammatica, una propria sintassi, e una propria retorica. Per secoli le diverse forme di linguaggio hanno sviluppato le proprie potenzialità, creando la propria storia e la propria tradizione, e i codici si potevano innovare o contestare solo all’interno di quel linguaggio.
Questo meccanismo si è interrotto storicamente proprio quando la fotografia domestica ha preso piede: è curioso pensare che la nascita del readymade è coincisa con lo slogan della Kodak “voi scattate noi facciamo il resto”.
Da quel periodo nasce la convinzione che non sia necessario conoscere un linguaggio per dire qualcosa. Portandoci al brutto paradosso del fare senza avere la consapevolezza del fare (senza saper fare).
Se si toglie la mistificazione del marketing al mito della bella foto non resta altro che la presunzione dell’espressione senza linguaggio, senza istruzione al linguaggio, che è come dire senza contenuti.
Separando il mezzo, la macchina fotografica, dal medium abbiamo perso con il linguaggio anche la possibilità di formare e sviluppare una sensibilità individuale.
Per questo le foto domestiche sono brutte, perché non esprimono nulla e non saprebbero neppure come esprimerlo. Non sapendo cosa dire, non avendo studiato, l’unica scelta è copiare, come durante il compito di matematica delle medie: copiare brochure dei villaggi turistici per le vacanze, delle pubblicità di biscotti per la famiglia e quelle delle pubblicità dei cosmetici per i ritratti e così via.
Il linguaggio è talmente specifico che sostituire un linguaggio che serve ad esprimersi con uno il cui fine è quello di vendere porta a risultati preoccupanti. Porta a perdere non solo il soggetto ma anche il fotografo. Riftink, nel suo ottimo saggio “L’era dell’accesso”, mette in luce come la società post-industriale sia andata oltre al consumo commercializzando non più oggetti ma anche esperienze: questo approccio dà vita ad un meccanismo che porta alla serialità dell’esperienza, in quanto non riconosciamo come tale qualunque episodio che non ricalchi perfettamente quello che ci viene proposto. E' possibile che la macchina digitale faccia parte di questo automatismo; la serializzazione dell’espressione è l’impossibilità di sviluppare un punto di vista autonomo.
Come tanti polli in batteria, la fine del mondo ci troverà forse con la stessa foto di ragazzo sorridente in una mattina d’estate, vicino al letto?

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