Now - 1, Articolo divulgativo d'estetica

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La fabbrica di polli
All’alba del nuovo anno, consapevole che ne restano sei, non posso fare a meno di chiedermi quanti avranno ricevuto per natale una macchina fotografica digitale e quanti l’abbiano usata in questo capodanno con l’espressione del pollo d’allevamento.
Delle macchine digitali viene pubblicizzata principalmente la praticità, che permetterà di evitare i noiosi rapporti col fotografo per farsi stampare qualche dozzina di foto anonime: in altre parole con le macchine fotografiche digitali si potranno avere solo belle foto, scattate, (non) sviluppate e stampate dalla stessa persona in nome del pur sempre valido “chi fa da sé, eccetera”.
Nella realtà, come molti constateranno l’avere una digitale non salva dall’avere fotografie grigie e banali.
Se partiamo dal presupposto che una macchina fotografica è un medium, per estensione un linguaggio compiuto e autonomo, è abominevole credere che un tipo di macchina fotografica equivalga a un’altra.
Ci sono diversi tipi di macchine fotografiche, e queste si possono dividere in due grandi gruppi: reflex e non reflex. Il primo tipo si riferisce alle reflex 35mm e alle assemblad, mentre nella seconda categoria rientrano le normali macchine domestiche, le usa e getta, le Polaroid, quasi tutta la serie della Lomo e il grado zero della fotografia - la scatola di cartone con foro e negativo.
Ognuna di queste macchine ha dato prova di grande sensibilità estetica, per cui la domanda che ci interessa è: perché le foto domestiche non sono mai belle come promesso?
La prima risposta è che l’aggettivo bello non rientra nel vocabolario fotografico, nessuna foto è bella, le foto possono essere più o meno efficaci nell’esprimere un concetto.
E quest’espressione non è legata alla risoluzione, al pre-flash che permette di avere soggetti senza occhi rossi o alla possibilità di eliminare una foto sfocata, è legata invece alla consapevolezza che si ha del medium di cui si dispone.
In altre parole la foto “bella” è data dal sapere cosa dire e dal sapere come dirlo.
Se la fotografia è un linguaggio, essa ha una propria grammatica, una propria sintassi, e una propria retorica. Per secoli le diverse forme di linguaggio hanno sviluppato le proprie potenzialità, creando la propria storia e la propria tradizione, e i codici si potevano innovare o contestare solo all’interno di quel linguaggio.
Questo meccanismo si è interrotto storicamente proprio quando la fotografia domestica ha preso piede: è curioso pensare che la nascita del readymade è coincisa con lo slogan della Kodak “voi scattate noi facciamo il resto”.
Da quel periodo nasce la convinzione che non sia necessario conoscere un linguaggio per dire qualcosa. Portandoci al brutto paradosso del fare senza avere la consapevolezza del fare (senza saper fare).
Se si toglie la mistificazione del marketing al mito della bella foto non resta altro che la presunzione dell’espressione senza linguaggio, senza istruzione al linguaggio, che è come dire senza contenuti.
Separando il mezzo, la macchina fotografica, dal medium abbiamo perso con il linguaggio anche la possibilità di formare e sviluppare una sensibilità individuale.
Per questo le foto domestiche sono brutte, perché non esprimono nulla e non saprebbero neppure come esprimerlo. Non sapendo cosa dire, non avendo studiato, l’unica scelta è copiare, come durante il compito di matematica delle medie: copiare brochure dei villaggi turistici per le vacanze, delle pubblicità di biscotti per la famiglia e quelle delle pubblicità dei cosmetici per i ritratti e così via.
Il linguaggio è talmente specifico che sostituire un linguaggio che serve ad esprimersi con uno il cui fine è quello di vendere porta a risultati preoccupanti. Porta a perdere non solo il soggetto ma anche il fotografo. Riftink, nel suo ottimo saggio “L’era dell’accesso”, mette in luce come la società post-industriale sia andata oltre al consumo commercializzando non più oggetti ma anche esperienze: questo approccio dà vita ad un meccanismo che porta alla serialità dell’esperienza, in quanto non riconosciamo come tale qualunque episodio che non ricalchi perfettamente quello che ci viene proposto. E' possibile che la macchina digitale faccia parte di questo automatismo; la serializzazione dell’espressione è l’impossibilità di sviluppare un punto di vista autonomo.
Come tanti polli in batteria, la fine del mondo ci troverà forse con la stessa foto di ragazzo sorridente in una mattina d’estate, vicino al letto?

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L'Apokarev - 8

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L’eticità dell’utile vs. l’utilità dell’etica
Ci siamo, allo scadere dell’anno. Con vari dilemmi e sempre più spesso senza notizie. Il problema è ampio e va preso da lontano, partendo da un assunto inconfutabile. Non esiste conoscenza reale oltre i confini della nostra esperienza. Possiamo parlare con cognizione solo di ciò di cui abbiamo esperienza diretta, il resto è fuori dalla nostra portata: quello che abbiamo vissuto sulla nostra pelle fa di noi dei testimoni. Per tutto ciò che si svolge oltre questo ristretto campo d’azione, necessitiamo di delegare la nostra conoscenza a qualcuno o qualcosa che riteniamo attendibile. O credibile.
Quindi libri, racconti orali. Forme di comunicazione. Equivalenti nei tempi moderni a giornali, radio, televisione, internet. Mezzi, appunto, di comunicazione di massa o, nell’accezione inglese, Mass Media. L’etimologia dell’equivalente inglese è interessante, perché utilizza la parola latina Media. Ossia il mezzo è quello che media i concetti alla massa.
I nostri personali delegati moderni sono quindi i giornalisti, (ed i libri, ovvio: che senso avrebbe Ciumeo altrimenti?) divulgatori della conoscenza che, ahimé, per la nostra finitezza, non siamo in grado di raggiungere. In Italia, in questi giorni, la categoria sciopera (vedi il video/articolo), affetta da una profonda crisi di identità, dignità e portafoglio. L’ennesimo blocco dei contratti e della trattativa fra giornalisti ed editori è solo l’ultima delle magagne che affliggono la categoria, asservita oramai a logiche di stampo politico ed economico. Là dove l’economia e la politica sembrano essere due sinonimi (quindi ovunque) si ha grave danno e deperimento di un termine decisamente obsoleto: etica.
Economia, oggi, è politica. L’informazione, quindi, diventa economia, diventa politica. Tutti termini accomunati in un unico calderone. L’etica del giornalista è stata barattata con la logica dello stipendio, e lo stesso fa l’editore, in ossequio al mercato, agli introiti pubblicitari, agli utili netti. E tutto questo accade dietro il paravento sacro e giustificatore di ogni genere di bassezza noto come “causa di forza maggiore”. Senza utili, in sostanza, si muore. Questo è il messaggio.
L’utile è il bene, lo scopo ultimo della società. L’etica è una variabile dipendente dal raggiungimento dell’utile. Il tutto talmente alla luce del sole che la reazione dell’uomo comune, come di fronte ad una ovvietà, è di girarsi dall’altra parte, inforcando un paio di lenti scure.
E così che si è permesso che i giornalisti diventassero pubblicitari, venditori di un prodotto (guarda l’intervista a Giuseppe Altamore giornalista e saggista, vicecaporedattore di Famiglia Cristiana), di un politico, una idea. Abbiamo giornali di destra, di sinistra, di centro. Forme “ammodernate” di propaganda.
Cito dal libro “i padroni delle notizie”: Può suonare come un’affermazione apocalittica, ma il vero scopo dei mezzi di comunicazione sembra essere sempre meno quello di informare il cittadino e sempre di più quello di formare il perfetto consumatore. I confini tra pubblicità e informazione si fanno ogni giorno più opachi: un inquinamento silenzioso e sotterraneo invade i media minando il tradizionale rapporto fra il giornalista, la testata e il lettore.
Come possiamo accettare inermi la caduta dell’etica?
Nessuno rispetta più il suo ruolo: i giornalisti sono lacché, spesso schiavi della loro stessa capacità, gli editori sono usurai, i pubblicitari sono banchieri, i banchieri sono principi e i politici i loro vassalli. Gli anni che ci accompagnano verso la fine sono decisamente anni medioevali, guidati a folle velocità verso un buco nero etico che risucchia ogni residuo di morale, di vita e di limpidezza.

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Il Salvatore - 2

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Il Salvatore un mattino si sveglia e scopre che il mondo è popolato da delinquenti. Prendiamo l'Australia, ad esempio.
Una rapina a mano armata su tre in Australia e' commessa da persone in cerca di denaro per comprare droga. La ricerca dell'Istituto australiano di criminologia, sostenuto dai contribuenti, identifica due tipi di rapinatori. Il primo gruppo e' formato da professionisti impegnati in rapine ad alto rischio, per pagare i debiti e sostenere le famiglie, ed e' poco probabile che usino droghe, mentre i componenti del secondo e piu' numeroso gruppo sono consumatori regolari di droghe. Lo studio indica inoltre che circa il 10% di chi commette rapine a mano armata sono donne, e che la gran maggioranza dei rapinatori condannati in Australia ha meno di 30 anni di eta'. Circa l'80% sono di discendenza europea e gli altri sono asiatici, aborigeni ed originari delle isole del Pacifico.

Subito dopo il Salvatore scopre l'assioma secondo cui tossicodipendenza implica delinquenza.
Nel presentare il rapporto, Steve Allsop dell'Authority per la droga e l'alcool dichiara che le persone dipendenti da droghe diventano disperate e ricorrono al crimine. 'Vi e' una forte correlazione fra tossicodipendenza e reati di violenza', ha aggiunto. 'E il messaggio qui e' molto chiaro: se investiamo in interventi preventivi, possiamo ridurre significativamente l'incidenza di tali crimini'.

Il Salvatore si propone ovviamente di fare qualcosa per risolvere l'incresciosa situazione. L'idea di Steve Allsop pare ottima, ma forse si può fare di meglio.
Investire in interventi preventivi: come non dirsi d'accordo? Proposte politiche che non vanno più in là dell'investire in qualcosa di non ben definito per la costruzione di un mondo migliore. Un messaggio chiaro, univoco, l'unica risposta possibile da chi vuol salvare capra e cavoli. Ma se non si tiene particolarmente a salvare il mondo dal dramma della droga, ed è il caso del Salvatore, si possono contemplare vie alternative. Innanzitutto resta da stabilire la validità di certi assiomi, in secondo luogo invece di agire per conto di indimostrabili teorie si potrebbe pensare di valutare la situazione e scegliere la via meno dolorosa e più economica per migliorare la vita di chi si vuol drogare e quella di chi non si vuol drogare, in onore dei dimenticati principi di semplicità ed economia. E' in fondo una questione di obiettivi: si vuol estirpare il problema droga (salvare il mondo) o eliminare i crimini connessi (migliorare il mondo)? Se per assurdo l'obiettivo diventasse quello di far diminuire le rapine connesse alla necessità di reperire fondi per l'acquisto di droga, si potrebbe pensare di liberalizzare la coltivazione della cannabis, dell'oppio e di quant'altro necessita all'introduzione di droghe nel mercato, rendendo accessibili a prezzi ragionevoli (nel caso della marijuana, dei funghi allucinogeni e di molte altre sostanze addirittura nulli, non necessitando di raffinazione o particolari trattamenti) sostanze il cui costo è al momento determinato da chi regola il mercato delle droghe: lo stato. Chissà se Steve Allsop, salvatore dell'umanità, contemplerà in futuro strade alternative di progressivo miglioramento dello status quo. Magari, chissà, magari in un mondo immaginario destinato a scomparire nel 2012, potremmo sentirlo dichiarare: Che senso hanno questi investimenti e questa prevenzione nebulosa in un mondo destinato - comunque - ad esaurirsi nel giro di sei anni?
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Il Salvatore - 1

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Il Salvatore nasce e scopre alcune cose interessanti sul sito dell'Aduc.
Individuata e sequestrata una specie di marijuana migliorata geneticamente, piu' piccola di quella comune, in grado di resistere alla 'fumigazione', cioe' all'irrorazione degli erbicidi con l'impiego di velivoli speciali: lo dichiara l'esercito messicano impegnato in una strenua lotta alla droga. Secondo il generale Manuel Garcia Ruiz, una delle caratteristiche piu' sorprendenti di questa specie di pianta, scoperta per la prima volta nel 2003, e' che 'cresce in qualsiasi tipo di terreno e non necessita di particolari cure [...] Per arrivare al tipo di seme piantato oggi, in passato sono stati necessari diversi trattamenti messi a punto da biologi, chimici, ecc.'. La notizia sulla marijuana 'transgenica' e' stata resa nota durante un incontro del Gruppo operativo Michoacan, attivo nel Messico occidentale per combattere la criminalita' organizzata e sradicare le piantagioni di droga presenti nel territorio. Il fatto che le foglie di questa specie di marijuana siano piu' piccole (la pianta non misura piu' di 1.5 metri d'altezza), e quindi si possano piantare in zone meno estese, secondo il generale Ruiz, e' un problema in piu', perche' rende piu' complicata la loro individuazione e lo spargimento di una sostanza erbicida via aerea.

Il Salvatore nasce, scopre alcune cose interessanti e pensa.
Sostanza erbicida via aerea: estirpare il problema alla radice è un metodo cui governi di tutto il mondo ricorrono di frequente, con risultati spesso inferiori o almeno diversi dalle aspettative. In attesa che Ruiz elabori una nuova strategia per salvare il mondo dalla marijuana, vien da chiedersi quanta sostanza erbicida fumino ogni giorno i "soggetti a dipendenza" dovendo ricorrere al mercato clandestino della droga: l'unica droga "sicura" per il consumatore - non necessitando di raffinazioni o tagli che ne alterano in modo più meno aleatorio e pericoloso la composizione - segue il destino delle altre (cocaina, extasy, speed, hashish..) grazie ai salvatori del mondo. Da un lato la vituperata manipolazione genetica - approccio alla natura che per gran parte dei consumatori consapevoli di marijuana equivale più o meno ad un crimine contro l'umanità -, dall'altro l'utilizzo di agenti chimici (quali non è dato sapere) che inevitabilmente entrano nel circolo, avvelenando erba, terra, acque, fumatori. Come se il fumo non fosse già abbastanza dannoso di per sé.
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L'Apokarev - 7

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Etica architettonica
La tesi è che il mondo stia finendo presto. Diciamo nel duemiladodici.
L’antitesi è che il mondo non stia assolutamente avviandosi verso l’abisso e la notte eterna, antitesi che, ahimè, viene confutata giornalmente.
La sintesi, quindi, che stabilisce la regola a cui sottostanno tutti i ragionamenti che seguiranno è: se la tesi è vera, parliamo di architetti e vediamo che succede.
Per esempio: mi capita di avere, fra i miei amici più cari, alcuni appartenenti (anche anomali) alla categoria professionale in oggetto, e io stesso ho nutrito una lunga passione per l’architettura, convinto come ero (e sono) che gli ambienti fisici in cui viviamo siano parte fondante di ciò che siamo e diventiamo. A formarci contribuiscono, credo, in egual misura il tessuto sociale, l’ambito familiare così come la definizione degli spazi. E’ un po’ un cane che si morde la coda, invero, giacché le società creano gli spazi che vivono così come gli spazi modellano le società che li abitano. Il punto non è comunque se sia nato prima l’uovo o la gallina, quanto parlare dell’importanza che dovrebbero rivestire in ogni caso (e di cui dovrebbero essere investiti) i progettisti del nostro spazio, gli architetti.
E’ di questi giorni la notizia della inaugurazione della “Diga delle tre gole” (20 / 05 / 2006 La Repubblica: Inaugurata la diga più grande del mondo) in Cina, che creerà un enorme bacino idrico fermando il flusso di uno pei più grandi fiumi del pianeta, il fiume azzurro, lo Yang-Tze. Ovvio e grosso guadagno energetico per la rampante economia cinese, ovvio e grosso guaio per il pianeta (parziale allagamento di uno degli ecosistemi più ricchi in biodiversità del mondo, a stare a sentire gli scienziati che si agitano sconsolati ed inascoltati) e tragedia per il milione e mezzo di sfollati: fin qui non si dice niente di nuovo. Volendo sorvolare sui problemi dello sfruttamento indiscriminato, di cui abbiamo abbondantemente ed amabilmente discusso, c’è una questione di ordine etico e progettuale che preme affrontare.
Certo la Cina sta vivendo un fervore davvero notevole sotto questo aspetto (18 Settembre 2006 – nascerà in Cina la prima eco-città / 22 dicembre 2006 - Progetto CMR e Mario Bellini progettano Tianjin). Un po' come fu Brasilia negli anni tra il 55 ed il 60: la Cina produce ed attira capitali, là dove Brasilia fu eretta accendendo un debito di due miliardi di dollari.
Se per caso l’auto-cancellazione che ci stiamo imponendo non arrivasse a compiersi nel duemiladodici (cosa di cui personalmente dubito, seguendo il trend attuale) e, ripresi per i capelli ed improvvisamente illuminati sulla via della perdizione facessimo dietrofront da un intero concetto di vita, allora proporrei una nuova categoria professionale mista, che potremmo definire architetto missionario, una figura che abbia il coraggio di offrire la propria progettazione per rendere vivibili città come Abidjan, Ouagadogou, Dakar, Santo Domingo, Hyderabad, tanto per citare esempi di cui ho diretta esperienza.
Non si tratta certo di ripetere le esperienze di Chandigarth (Le Corbusier) Brasilia (Nyemeier) o Dacca (Kahn), città costruite e progettate a tavolino negli anni del dopoguerra, che risultano essere nel loro complesso astratte rispetto alla vita (salvo Brasilia, che ha visto un forte sviluppo dalla sua fondazione che le ha consentito di raggiungere, con i sobborghi, i due milioni di abitanti) e soprattutto scollegate dalla cultura del luogo, senza un vero radicamento: si tratta di vivere e comprendere le società e di asservire l’architettura allo scopo di rendere migliori le condizioni di vita di queste ultime. Ovunque.
Non dovrebbe essere questo un punto etico innegabile per gli architetti (un po’ come la regola di Ippocrate dovrebbe esserlo per i medici), ovvero fare dell’architettura, prima che un mezzo di espressione e di sopravvivenza, un mestiere sociale e quindi etico? Ha un senso diverso oggi, nella ormai conclamata ipotesi sotto la quale si annidano tutti questi futili ragionamenti, ovvero che il duemiladodici sia il nostro ultimo anno, la parola etica nel lavoro e maggiormente nel lavoro di un architetto?
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Il Salvatore - 0

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La Missione del Salvatore
Ogni giorno centinaia di eroi si adoperano in tutto il mondo per difendere il pianeta. Ogni giorno centinaia, migliaia di politici, militari, saltimbanchi, statisti e teleimbonitori cercano (tra alterne fortune) di salvare il mondo dalle piaghe della società moderna. I loro sforzi vengono riferiti al telegiornale, sono oggetto di dibattito nei talk show e spesso figurano negli editoriali delle più importanti testate. I Salvatori del Mondo sono in grado di compiere (almeno a parole) qualunque impresa, ma sono incapaci - per la loro stessa natura di supereroi - di confrontarsi con la realtà. Raramente vi capiterà di incontrarne uno per la strada, eppure quotidianamente schiere di supereroi impalpabili suggeriscono modi e strategie per la sconfitta del male, forniscono statistiche ed elaborano soluzioni. Chi sono i Salvatori del mondo? E' possibile aiutarli nella loro encomiabile opera?
Da queste pagine Il Salvatore si ripropone, affiancando l'Apokarev nella sua opera di demistificazione, di commentare le loro mirabolanti uscite e di aiutarli nella loro opera con suggerimenti e idee alternative: salvare il mondo è un'impresa non da poco, serve l'aiuto di tutti e Il Salvatore è ben determinato a fare la sua parte per fare in modo di arrivare al 2012 purificati, pronti a essere sottoposti al Giudizio Finale.
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L'apokarev - 6

La quarta dimensione rivista, parte 2 - ovvero "Apologia dell’ozio"

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“L’abitudine è una grande sordina”. Quando tempo fa lessi questa frase in Beckett (Aspettando Godot) mi colpì immediatamente per la sua forza di sintesi di un dato fondamentale della condizione umana. In tutte le sue multiformi espressioni, l’uomo è invariabilmente in possesso di una capacità di adattamento ad ogni situazione, anche la più estrema e disagiata; una grande sordina, appunto, che con il tempo e con il reiterarsi di una data esperienza livella tutte le asperità, gli eccessi maligni come quelli benefici per portarli sotto la soglia della norma, rendendoli accettabili.
Questa sorta di oppiaceo naturale, l’abitudine, è quanto di peggio ci sia toccato in sorte.
L’atmosfera di generale disincanto che vive negli occhi, nei pensieri e nella parole della gente, frutto del gattopardesco “niente cambierà mai”, la desolante rassegnazione con la quale fenomeni di mala politica, mala gestione, disonestà sociale vengono subiti, sono frutto dell’abitudine al peggio.
Il peggio è normale, soffiato attraverso la sordina dell'abitudine fino a renderlo accettabile. Lo si subisce come un ineluttabile caso della vita. L’assioma del tengo lavoro, tengo famiglia, tengo problemi, supera e azzera nei fatti qualsiasi volontà (o capacità, speranza?) di cambiamento individuale, giustificando lo status quo. Il tempo, ancora questo tiranno, è già integralmente occupato, in onore all'abitudine alla produttività (produttività: rapporto tra il prodotto totale e la quantità di fattore variabile impiegata per produrlo – Dizionario Garzanti), allo stipendio anche basso purché fisso, anche precario purché stipendio, alle bocche da sfamare, e alle altre mille e una motivazioni (o alla abitudine a certe motivazioni). Ma niente di questo sembra avere una buona “resa” in termini dell’investimento energetico sostenuto: la depressione dilaga (vedi articolo), perlomeno nelle aree ad alto rendimento. Sembra proprio che il frutto (uomo, mondo) sia stato spremuto fino alle ultime gocce, che abbia ancora poco da dare.
Ecco allora dove potrebbe portare la rivoluzione prospettata in Apokarev 3; lavorare meno vuol dire, con una tautologia, oziare di più. Oziare di più però non significa necessariamente produrre di meno: solo produrre (e presumibilmente fruire di) beni diversi, tra gli altri una quantità maggiore di oggetti immateriali quali pensieri, espressioni (più o meno) artistiche ed umane. Consumare e produrre altro sfruttando una risorsa davvero inesauribile e pulita: il tempo, che da tiranno diventa schiavo piegato istante per istante ai desideri dell'individuo. Ovviamente una bestemmia, in un mondo in cui la religione del lavoro ha i suoi proseliti e fanatici, più o meno agguerriti ed aggressivi, disseminati un po' ovunque e più o meno sinceramente apostoli della loro fede. Un mondo in cui persino i veri ricchi vedono il lavoro come un valore, e proprio in virtù di questo approccio hanno perso il senso della nobiltà del tempo e della persona. Dato che, presumibilmente, alla imminente fine dei tempi questo genere di religione non ci salverà, ripropongo come alternativa il mio gioco che costa poco: se è vero che il sistema produttivo, con la sua scala di valori (efficienza, massimizzazione, produttività - piuttosto che prodotti, addirittura - al posto di tempo: in una parola negotium – con uomini relegati al binomio produttori e/o consumatori -, opposto di otium) ha fallito miseramente nella sua promessa di un mondo migliore abitato da uomini felici, allora, per dirla con Robert Louis Stevenson, "Dobbiamo rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all'interno del difficile mestiere di vivere" ed "E' meglio trovare un uomo o una donna felice piuttosto che una banconota da 5 sterline" (da Elogio dell'ozio, 1877).
Oziare è pensiero, oziare porta consapevolezza, l’ozio porta ad una gestione del tempo diversa, l’ozio è a impatto ambientale zero, l'ozio è attenzione a quel che circonda, l'ozio è contemplazione e apprezzamento. L’ozio non è “il padre di tutti i vizi”, l’ozio non è solo equivalente di (dolce) far niente, l’ozio è – primariamente - un’attività creativa, e certo l’ozio è disprezzato da chiunque ha bisogno di forme più o meno accreditate e accettate di schiavismo, non tanto per perpetrare lo stato delle cose, quanto per determinare il trend delle cose. L'ozio, pere dirla tutta, non viene mai citato nelle campagne elettorali, nelle riunioni di confindustria, nei C.d.A., nelle trasmissioni di Vespa: l'ozio è un tabù, un'abitudine dimenticata e non così semplice da reintrodurre in un “sistema” che tanto pare averla in odio, ben-pensando che la felicità la facciano altre cose.
Eppure la logica della produttività, dello sfruttamento incondizionato delle risorse, naturali e umane, mostra evidenti i segni di uno sfaldamento, le crepe rovinose di un sistema che ha ottime probabilità di portarci tutti in fondo alla famosa bocca del vulcano. E’ difficile contraddire questo assunto. E allora, ancora: perché non siamo in grado di sottrarci alla logica in questione, dando inizio a questa “dolce rivoluzione”? Cosa ci impedisce di trascorrere questi ultimi sei anni oziando in attesa dell'inevitabile inversione magnetica dell'asse terrestre, piuttosto che imbutandoci nelle circonvallazioni per finire comunque, presto o tardi ma comunque, sotto i famosi tre metri? Perché insistiamo nel riempire serbatoi di carburante benzina invece di riempire teste di carburante tempo, perché continuare a produrre molto più di quel che serve (sto ancora pensando ad un'autovettura, in grado di schiantarsi a 240 all'ora mentre si ammira da vicino, per la prima ed ultima volta, la necessaria tecnologia dell'airbag) e oziare assai meno del desiderato.
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L'Apokarev - 5

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Tanto per non nascondersi dietro ad un dito, diciamolo subito: sono un bastiancontrario. Piuttosto fiero di esserlo. Credo nella taumaturgica peculiarità del “senso critico”, nella sacrosanta necessità del “non allinearsi”; sono convinto della utilità educativa (andrebbe posto come corso scolastico) del “pensiero divergente”.
Se lo affermano in troppi, ergo ci deve essere del marcio sotto, questa la mia idea. Se la notizia proviene dai mezzi di informazione canonici, non c’è scampo alcuno, è stata manipolata e sottomessa ad una intenzione, non è più notizia, è propaganda. Quindi abbiamo tutti necessità di discernimento, per fuggire, difendersi dall’appiattimento su una posizione morale, culturale, sociale.
La diversità, la differenza, l’unicità dell’idea è ciò che ha sempre ampliato le vedute dell’uomo, non il contrario.
Chiarito questo breve preambolo, non resta che scagliarsi contro il Natale.
L’inutilità del dovere del regalo, del dovere della riunione, del dovere della felicità (che tanto ricorda “il mondo nuovo” di Aldous Huxley), della solidarietà asciuga coscienze. E’ spargendo melassa che pacifichiamo quel bisogno tutto occidentale di sentirsi “brave persone” per cinque minuti, per un giorno almeno.
Ebbene, odio il Natale.
Odio la sua forma borghese tutta commerciale che si nutre della faciloneria dei bei sentimenti a buon mercato - un regalo inutile qui, uno superfluo là - una volta l’anno e poi giù a scuoiarsi bava alla bocca nel grande calderone per tutti gli altri giorni non comandati dal signore. Odio il Natale dei cenoni voluttuosi consumati di fronte alla televisione ed alle immagini di uno qualunque, uno qualsiasi dei paesi mal messi fatti di pance vuote e morte per sete e fame, odio quelle bocche piene ed i piatti di rifiuti ed avanzi, mai vuoti a fine pasto. Odio il Natale dei Babbo Natale comparsa nei supermercati, dei bambini a farsi immortalare in compagnia di un riottoso poveraccio che sotto il barbone bianco cova in fondo alla giornata propositi degni d’Erode. Odio il Natale delle letterine al caro vecchio con il conto a fine pagina simile al mutuo per la prima casa; odio il Natale delle riunione doverose di famiglie inesistenti, slegate, rancorose, che per una sera volemossebbene; odio il Natale delle migliaia di pini buttati nel cesso (quanti di voi lo piantano cercando di allungargli la vita?) e delle palline e lucine colorate conservate (quelle si') nel garage per l’anno seguente; odio il Natale, che il presepe è fondamentale, necessario mille volte più di ciò che dovrebbe significare, che anzi, privo di significato è pure meglio, meno ingombrante; odio il Natale del questo anno prometto le mille cose che non ho mai mantenuto ed ancora ho il coraggio di guardarmi allo specchio ogni ventisei dicembre mattina, con il solito ictus cerebrale che provvede a cancellarmi i buoni e santi propositi della sera prima; odio il Natale, la festa della donna, del papà, della mamma, la giornata degli anziani, i telethon, le “giornate per” e tutte gli altri immancabili appuntamenti senza i quali da soli non sembriamo in grado di utilizzare autonomamente il cervello.
Odio il Natale che tutti i natale torna, sempre uguale a sé stesso ed ogni volta un po’ meno Natale. Meno male che almeno, in attesa del natale 2012 che non arriverà mai - essendo la fine prevista per il 21 dicembre -, c'è una lettura interessante al riguardo: La Verità su Babbo Natale.
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L'Apokarev - 4

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In questi giorni nei paesi del sud e del centro america si discute molto del trattato del libero commercio. In parole povere il governo degli Stati Uniti, padre padrone di questa fetta di mondo che considera da tempo come un suo feudo, sta cercando di fare pressioni sui vari governi affinché venga approvato questo “mercato comune libero” degli stati americani. Le pressioni vanno dalle più blande affermazioni di fratellanza fra i paesi dell’area fino a quelle più efficaci del Fondo monetario Internazionale (sin dalla fine della seconda guerra mondiale ottimo strumento di coercizione sotto il controllo americano) che “suggerisce” fortemente ai paesi del centro e sud america gli innumerevoli vantaggi di questa panacea di tutti i mali. Mi trovo nella Repubblica Dominicana e l’argomento è all’ordine del giorno, trova seguaci e strenui oppositori. Nel caso di questo piccolo paese caraibico (debito alle stelle, corruzione diffusa e palese dei politici, popolazione mantenuta ad arte nell’ignoranza – si investe pochissimo, uno degli ultimi in graduatoria al mondo, in educazione e cultura – e livelli di povertà altissima) il FMI suggerisce al governo le politiche economiche (che vanno guarda caso a colpire maggiormente i meno abbienti), necessarie per fronteggiare il debito del paese. Il trattato del libero commercio viene visto in tutta la zona dai suoi detrattori come pericoloso. E’ come se, in qualche maniera (come capacità di penetrazione commerciale) l’Italia cercasse di forzare L’Andorra, Cipro e Malta ad un libero trattato di import export. I vantaggi per il colosso Italiano sarebbero vari. Primo fra tutti, ai miei occhi, l’italianizzazione di quei paesi e l’appiattimento della loro cultura sul nostro modello. Ovvio traslare questo esempio sul gigante (commerciale) americano e sulla sua capacità di invasione (commerciale) di altri paesi, là dove sembra che gli Stati Uniti vivano una crisi (commerciale) generale.
In ballo ovviamente, in Centro e Sud America c’è molto di più.
L’acqua, ad esempio. Il Sud America, da solo, detiene circa il 42% delle risorse mondiali di acqua. Il bacino Guaranì, che si estende sotto Brasile, Paragay, Uruguay e Argentina attira le mire di molti. Se è vero che i moderni illuministi, celebrando il progresso sostengono che il bisogno di acqua globale diminuirà nei prossimi anni, grazie alla coltivazione goccia a goccia, all’utilizzo di sementi geneticamente modificate che richiedono meno irrigazione, è opinione diffusa che la risorsa naturale acqua diventerà, a breve, abbastanza scarsa. Città del Messico potrebbe rimanere senza acqua già nel 2007. Alcuni stati del sud ovest americano affrontano già carenze in questo senso. Quindi, la presenza di truppe statunitensi in Paraguay fa temere manovre poco chiare; la denuncia è arrivata direttamente da voci autorevoli, come il premio nobel per la pace argentino Adolfo Perez Esquivel.
I problemi per gli Stati Uniti su questa strada, però, sono molti. Intanto il Sud America è ostile, e questa non è certo una novità. Il Neo conservatorismo dell’amministrazione Bush non attira simpatie, tanto meno in paesi che negli Stati Uniti vedono più che un'opportunità una minaccia tangibile e già sperimentata di intromissione. Inoltre i governi di Lula (Brasile, rieletto pochi mesi fa al suo secondo mandato), Chavez (venezuelano, anch’esso rieletto questa settimana con un 60% di consensi), Morales (boliviano), Bachelet (Cile, la prima donna presidente del sud america nel paese dove un colpo di stato del 1973 della destra – appoggiato dalla CIA – rovesciò il governo socialista eletto democraticamente uccidendo l’allora presidente Allende, portando al potere Pinochet morto giusto ieri), e De la Rua (dimissionario, fra l’altro, in queste ore) in Argentina, per citare cinque colossi dell’area, sono di sinistra (se non dichiaratamente Comunisti, Castristi, insomma genericamente rossastri) ed hanno accolto il recente viaggio (novembre 2005, vedi l’articolo) del presidente George W. Bush a promozione del “trattato” (che qui si chiama Alca) con estrema freddezza. Le popolazioni, come accade da molto tempo a questa parte, hanno dato luogo a vibranti manifestazioni di protesta in ogni paese dove il Presidente USA si sia trovato a passare (persino Maradona in Argentina guidava un treno di protesta, vestendo una maglietta con la svastica al posto della S di Bush). Pare che il trattato di libero commercio fatichi a decollare con questi paesi.
Ecco perché il governo americano si rivolge verso i più piccoli (e deboli, con spalle meno grosse) paesi dell’area e verso gli “amici”. Il neo eletto presidente messicano, ancora prima di prestare giuramento (in una seduta del parlamento simile ad un incontro di boxe, dovuta ai sospetti di brogli – vedi L'Apokarev n.2) ha pagato dazio con tanto di visita alla casa bianca. Stesso appoggio ha dato il presidente di Panama (dove, per inciso, gli Stati Uniti mantengono un commando a protezione dei loro interessi sullo stretto).
L’impressione è comunque che stia succedendo qualcosa di anomalo (e molto interessante): viene il sospetto che gli Stati Uniti si ritrovino una serpe in seno, nel cortile di casa, come viene amichevolmente chiamato il Sud America. Che non siano più in grado di guidare gli eventi lontani né tanto meno i vicini, cosa che li ha visti indubbiamente capaci per oltre cinquanta anni, dal dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino. Il declino dell’impero americano fa parte, pare, di questa fine di mondo annunciata. Auguriamoci fortemente che il moribondo non sia violento nel suo morire più di quanto non abbia dimostrato in questi sciagurati anni di guerre plurime: un 2012 scatenato dagli Americani sarebbe oltretutto prevedibile, quasi noioso. Preferiremmo scomparire in modo più originale, con un improvvisato disastro planetario extra-umano, magari proprio grazie all'inversione magnetica dei poli. Ma vallo a spiegare a Bush, che vuol fare tutto lui.
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L'Apokarev - 3

La quarta dimensione rivista – parte prima

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Organizzare è umano.
Anzi, organizzare è diabolico, in quanto motore propulsore dell’intera attività della società occidentale, la quale si avvia allegramente a erigersi come modello dominante di comportamento estendendo i suoi domini sul globo intero. Vittoria di Pirro, direi, su un regno sgretolato, un mondo che abbiamo contribuito in maniera determinante a portare sull’orlo del collasso, proprio per mezzo della nostra capacità di organizzare gli eventi futuri.
Prevedere gli eventi, pare, è ciò che rende l’uomo diverso dalle altre specie viventi. Ovvero, è la sua capacità di porsi verso il futuro, di cercare di determinare quale sarà una data sequenza di eventi - che vadano ben al di là dell’immediato rapporto di causa effetto - che consente all’uomo, spingendo la sua mente in là nel tempo, di adottare una serie di comportamenti atti a “guidare” al meglio gli stessi eventi. Una attività, questa, estremamente legata alla logica e alla causalità.
Non si tratta di prefigurarsi scenari improbabili e di renderli reali, quanto di cercare, fra gli N scenari possibili, di scartare gli improbabili, e quindi determinare i plausibili, probabili ed infine i quasi certi. Quanto più la specie umana e le sue società sono state capaci di sfruttare questo modello “previsionale”, tanto hanno avuto successo nell’evolversi. Si potrebbe concludere che la capacità umana di preconizzare eventi ad una certa distanza nel tempo (e di indovinare, ovviamente), sia la misura del suo sviluppo. Questo concetto trova una applicazione estrema nella nostra società (occidentale), organizzata sulla base del lavoro, e quindi su di una rigida codifica del tempo presente e futuro.
Detto brutalmente, la maggioranza di noi è in grado, senza troppo faticare, di poter dire cosa succederà plausibilmente nella sua vita nelle prossime ventiquattro ore, nella prossima settimana, a volta persino nei prossimi sei mesi, un anno. La scintilla motoria di questa previsione è data dal lavoro, che ha tanta importanza per noi da essere persino citato come primo mattone della costituzione: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.
Questo castello di congetture però inizia improvvisamente a sfaldarsi nel momento in cui cessiamo di fondare la nostra società sul concetto stesso di lavoro. Per quanto folle questa idea appaia, vicini come siamo al collasso in questo terzo millennio, tanto vale fare questo esercizio di retorica per vedere dove porta.
Nel momento in cui il lavoro cessa di essere il motore plasmante delle nostre esistenze, l’idea stessa di tempo si riforma, e con essa il medesimo bisogno – primario oggi – di trovarsi a navigare in un tempo largamente previsto, organizzato, un “tempo amico”. Se spegnessimo la torcia che ci permette di vedere nell’oscurità del futuro, affidandoci al caso, tutto diverrebbe senz’altro caotico.
Come caotiche, spesso, ci appaiono le culture “altre”.
Esempi in merito: le popolazioni africane, o quelle del centro america. La fascia del mondo povera del pianeta che non ha potuto godere del tocco di Mida del nostro modello di sviluppo, tocco che, nei casi in cui lo ha dovuto subire, spesso ha partorito risultati mostruosi. Viaggiare in questi luoghi mi ha sempre dato la sensazione di vivere un tempo dilatato: i maggiori sforzi che ho sempre sofferto non sono mai stati dati dal doversi acclimatare, quanto dal doversi adattare ad un fluire del tempo diverso. Ho frequentemente sofferto di uno straniamento, un disturbo chiarissimo, la sensazione di essere fuori tempo, di vivere un tempo asincrono con il resto dell’ambiente che mi circondava. E non si trattava di Jet-lag.
Necessariamente generalizzando, come è d’obbligo in un argomento così vasto, mi pare che la gestione del tempo in queste popolazioni sia senz’altro differente dalla nostra. Oserei dire che è la maggior differenza che ci separa da loro. Di conseguenza diventa una differenza culturale: semplicemente, presso alcun culture, la vita non è scandita dal metro del lavoro. Spesso l’ottica si sposta dal lungo termine, come è in noi, al breve, brevissimo. Si vive, in qualche modo, solo il presente: si coglie l’attimo. Con ovvie conseguenze, a volte catastrofiche. Quando invece cerchiamo di imporre il “nostro” tempo sul tempo altrui, di altre culture, non otteniamo altro che conflitto. Ovviamente, essendo la nostra divenuta la cultura dominante (grazie proprio alla nostra capacità di organizzare il tempo e di prevedere scenari futuri) tendiamo ad imporre questo modello, che però ha prodotto i risultati sotto gli occhi di tutti.
Ed allora.
Siamo ancora veramente in grado di cantare, come gli illuministi, le magnifiche e progressive sorti dell’uomo? Alla fine dei tempi come siamo, cosa ci trattiene dal riconsiderare totalmente il nostro modello di sviluppo, la nostra stessa concezione di tempo, l’organizzazione delle ore subordinata in primo luogo al lavoro? Dove realmente porterebbe questa rivoluzione copernicana nella gestione del nostro tempo, delle nostre vite?


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L'Apokarev - 2

liberty
La storiella e’ di questi giorni. Il giornalista italiano Deaglio, direttore di un mensile che si chiama Diario, non propriamente di destra, alza un polverone grazie ad un docufilm da lui realizzato (e da Cremagnini, suo collaboratore) dal titolo “Uccidete la democrazia”. Si parla, per chi non lo sapesse, di un possibile tentativo di brogli andato non a buon fine durante le scorse elezioni di Aprile in Italia. Motivo del contendere sarebbe stato il voto elettronico, manipolabile (e quindi manipolato) secondo gli autori in maniera piuttosto facile, a vantaggio della destra. Nella fattispecie l’inchiesta stigmatizza l’anomalia tra le percentuali di schede bianche di questa ultima tornata elettorale politica e le precedenti. Improvvisamente in Italia le schede bianche sono crollate. Mai successo prima.
Improvvisamente tutte le previsioni degli istituti di sondaggio sono andate a farsi benedire.

Cosa succede allora in Italia? Seguono una serie di esternazioni da parte dei politici nostrani (talmente ovvie che evito persino di riportarle): si incomincia a levare a gran voce la richiesta della conta delle schede bianche, pare che la magistratura si metta in moto in questo senso, ma, dopo qualche giorno, e qui sta il bello, arriva la sorpresa: l’incriminazione dei giornalisti Deaglio & Cremagnini per un reato che non credevo esistesse : “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'opinione pubblica”.
Le schede bianche in Italia, inoltre, non verranno ricontate, tanto, si sottolinea, la trasmissione elettronica dei voti non serviva a nulla, era ininfluente, quello che faceva fede era la conta manuale.
L’opinione pubblica turbata dalle notizie false e tendenziose dei giornalisti di Diario si attende quindi che succeda qualcosa, e puntuale, il giorno dopo, il nostro ministro degli interni si preoccupa di rassicurare che non si sarebbe piu’ fatto uso del sistema di voto elettronico (Voto elettronico, Amato dice no "Abbiamo deciso di fermarci" - La Repubblica - 29 nov 2006) – ma non era ininfluente?.
La faccenda non profuma per niente.
Il povero Deaglio si trova incriminato (rischia fino ad un massimo di tre mesi). Le schede non saranno ricontate. Vorrei solo esternare questo: nei vituperati States, ci sono decine di docufilm che tentano di dimostrare (Loose change, e’ l’esempio piu’ eclatante) come l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 abbia, per usare un eufemismo, alcuni punti oscuri che arrivano a metter in gioco direttamente il capo della casa bianca. Nessuno li ha incriminati.
In Italia la liberta´di informazione, di stampa, insomma tutte quelle panzane con cui ci riempiono la testa fin da piccoli, come funzionano esattamente?
E la democrazia? Le elezioni in america del 2001 furono vinte per poche centinaia di voti, lo stesso per quanto riguarda le elezioni in Italia, e quelle, da poco concluse, in Messico, dove tutti e due i contendenti si autoproclamano vincitori da luglio 2006 (guarda caso uno filoamericano, uno di sinistra) Stesse modalita´, stessa scarsa chiarezza. Voto elettronico, metodi di coercizione al voto, intimidazione, compravendita dei voti. Ma la democrazia, il potere del popolo sovrano che lo esercita per mezzo del voto, come funziona esattamente?
Se davvero ci restassero sei anni e nel 2012 dovessimo tutti rendere l’anima all’universo, avrebbero un senso diverso oggi, adesso, in questo momento, le parole liberta’ e democrazia?
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L'Apokarev - 1

L’Apokarev, acronimo di Apokalupsis Revolutioner
Ovvero qualcosa che necessita di una spiegazione. Ci sono alcuni di noi che vivono nella convinzione che il mondo (o la vita umana su di esso) sia destinato a finire o perlomeno a subire drastici cambiamenti a breve termine, ad opera, guarda un po’, della dissennatezza stessa del genere umano. Un suicidio di massa annunciato.
Minacciata nella sua stessa esistenza da inquinamento, effetto serra, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, sfruttamento indiscriminato delle risorse e delle persone, e, perché no, guerre mondiali, ordigni atomici, la specie uomo inquieta si affida alla ragione. Interrogati in proposito, i rappresentanti più accreditati del razionale, gli scienziati, hanno preso a determinare negli ultimi anni la data di scadenza del prodotto Uomo, il punto di non ritorno: sempre più vicina a noi, si parla del 2050 o giù di lì, anno in cui termineranno le ultime scorte di petrolio (e inizieranno guerre per accaparrarsi altri composti quali l’acqua potabile), i poli avranno terminato di sciogliersi, i mari avranno innalzato il loro livello, intere parti di costa saranno già scomparsi (Venezia, San Francisco, Sidney fra le altre) ed il clima, irrimediabilmente fuori di brocca, avrà definitivamente perso la propria prevedibilità, che già oggi non è poi così banale.

In altre parole l’Apocalisse.
Ovvero l’argomento del momento. Politici di grido (Ultimi in ordine di tempo il dimissionario premier britannico – ansa del 30 ottobre: CLIMA: BLAIR, SE NON FACCIAMO NULLA SARA' IL DISASTRO - promotore del rapporto stilato dal capo economista della Banca Mondiale Nicholas Stern) e opinion maker lo rendono un tema quasi più interessante di tutti i gossip messi insieme. Questo, più o meno, sta accadendo a livello planetario. Con la ostinata (e ostentata) sordità dell’amministrazione Americana.
In questo fosco scenario, un gruppetto di folli ha deciso di documentarsi e di aggrapparsi alle tesi che vorrebbero la fine del mondo un poco più prossima: ipotesi forse meno credibili, ma di sicuro più precise. Il 23 dicembre 2012, infatti, il mondo come lo conosciamo cesserà di esistere. Gli argomenti che costoro adducono sono molti e vari, ed hanno pure le loro basi, se si vuole nobilitarle di una qualche qualifica, scientifiche.

Bene, quello che di tutto questo ci interessa non è tanto la veridicità o meno di queste tesi, quanto tutto ciò che, per dirla in termini più aulici, la portata filosofica della questione si porta (appunto) dietro. In breve ammettiamo per ipotesi, diciamo che allo stato attuale una previsione vale l'altra e quindi prendiamo per vero, decidiamo la nostra posizione un po' come fanno i politici, senza una reale cognizione di causa, insomma sì: il 2012 è l'anno della fine. Se è vero che stiamo effettivamente danzando sul famoso orlo del temuto vulcano che ha già iniziato a fumare ed eruttare, ne deduciamo che l’Apokalupsis è proprio dietro l’angolo. Perché non riconsiderare il nostro modus vivendi, quindi, situati come siamo al capolinea o perlomeno alla fine di un ciclo? La domanda diventa la seguente ed è piuttosto banale: se la fine certificata del mondo fosse diciamo davvero fra sei anni, nel 2012, come impiegheremmo il tempo residuo? Ad esempio lasceremmo che il lavoro sia ancora il motore delle nostre vite, l’organizzatore del nostro tempo come lo e’ sempre stato?

In altre parole la Rivoluzione.
Ovvero il sentire di Ciumeo. Sulla scia di queste considerazioni noi di Ciumeo abbiamo deciso di deliziarvi con un blog dedicato all'argomento, che si chiama appunto L'APOKAREV e che contiene di tutto ed un po’, sicuramente poco corretto, spesso sporco, underground, fatto di racconti, reportages, foto, storie di vita, storie del mondo (le storie di fantasia le continuerete a trovare nella sezione Sala di lettura), mondo locale eppure globale, dove (speriamo) troveranno cittadinanza tutti quelli che ne hanno voglia. L’attualità sarà certo un punto di forza, si scorreranno cronache mondiali alla ricerca di ciò che succede in giro nel mondo e che i nostri giornali (vessati dagli editori, incastrati dai politici, esautorati nel loro ruolo dall'assioma del tengo famiglia) non possono o non vogliono pubblicare, come si discuterà di quello che succede in casa nostra, di come vengono fornite e assorbite le notizie. Una fonte di informazione e di sfogo, certo, che si augura semplicemente e volta volta di arrivare a pubblicare il post successivo.

Emiliano, Enrico.
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