L'apokarev - 18
Thu, Dec 2007 11:59
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Mani in pasta
Tana libera tutti. E’ il momento delle mani libere. Non porta bene. E’ scoccata l’ora del si salvi chi può. I partiti, quelli nati e quelli nascenti, hanno le mani libere, i politici con una mano lavano l’altra, i cervelli a telecomando stanno seduti in poltrona con le mani nel naso e fra i coglioni, assorbendo manate di rumore. Che si spande, esce dal catodico ed entra nel colloquio, a cena, a pranzo, nelle ore più impensate. Straordinariamente semplice è dissertare per ore di un omicidio, emettendo, ripetendo, amplificando, concetti, idee, immagini. Si può vivere di questo, cribbio. Le mani a strizzare una spugna che assorbe niente e rende niente. Un niente che però ha un volume, una massa, che occupa spazi. E così, sommersi some siamo, nuotanti nelle parole, natanti del nulla, galleggiamo verso una deriva. Una qualunque, ‘che l’approdo è incerto, l’obiettivo da sempre è inutile essendo il viaggio ciò che conta, quindi, come recita l’adagio, Finchè la barca và, lasciamola andare. Ce lo siamo raccontati a lungo. Ahimè anche il viaggio pare ora essere una esperienza poco edificante, costellato com’è di troppo tutto. Ed io, comunque, sono felice, pur se stordito. Devo dirlo, sento che forse rimbimbisco. Sto ringiovanendo di colpo, ovunque guardi il tempo viaggia a ritroso. Era dal novantaquattro che dal vocabolario italiano era scomparsa la parola Partito, ed io, naufragato come ero fra fiori, pianticelle, querce, ulivi, forzismi, unioni, leghe e alleanze, ne avevo persino smarrito il senso. Ero perso, anche lì, nella galassia informe di nomuncoli destabilizzanti. Finalmente, in meno di due settimane la bussola è tornata a puntare chiaramente la direzione, sono ringiovanito di almeno quindici anni e la parola Partito è tornata in terra a fare il suo sacrosanto dovere. Però, però, guardando guardando c’è di più. Il tempo và a ritroso e io ringiovanisco. Rimbimbisco ed anche più. Mi ritrovo feto. Peggio, larva. Sperma, pensiero, infine ipotesi. Balzo indietro di secoli, ritrovo la messa in latino, occidente contro oriente, la chiesa contro maometto, il rinchiudersi nel fondamentalismo. Lo scontro radicalizzato per meglio imperare, insegnano – appunto – i romani. Ecco, sogno il medioevo. Eppure. Il progresso c’è, pulsante, onnipresente: è un medioevo tecnologico. Ma non sono catapultato in Orwell, non è quello, il libro. Allora capisco, non sogno. Se sogno sono un genio. Infatti sono sveglio, nell’incubo sognato da Orwell. Ed occorre che, mentre rimbimbisco, mi faccia due domande sulla cara e vecchia Apocalisse, sul fatto che bisogna anche, all’occorrenza e nella concreta ipotesi di tirare le cuoia mentalmente, cercare di incidere sulle coscienze, prendere un rischio, fare il granello del deserto controvento, fare lo sforzo. Ecco, voglio rimbimbire rompicoglioni. Come ero, infatti, da bimbo. Voglio urlare. Credere alle rivoluzioni, farle ovunque, alzare la testa.
Oggi ventisette dodici è morta Benazir Bhutto.
Buon duemilaotto, meno cinque.
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