Diario del viaggiatore maldestro - AmericAnabasi #2
Diario del viaggiatore maldestro
Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.
Orlando, Florida - USA
Mattina, nuovo giorno, nuova vita ad Orlando. Scendo nella hall ed entro nella sala breakfast con la mia valigia-trolly-porta-computer: lì mi rifornisco e rifocillo della mancata cena di ieri con la colazione dei campioni: beverone di caffè e pancake, di fronte ho la tv perennemente accesa sul canale delle news, la CNN. Le primarie dei repubblicani e dei democratici tengono banco, la ex first lady ha appena sbaragliato i suoi avversari principali (i più accreditati sono un afro americano che ha un nome da nemico numero 1 - Barack Hussein Obama - e un più rassicurante John Edwards) in uno stato minore, il Michigan.
Seguo per qualche minuto il dibattito fra i cronisti (uno trasmette dalla costa ovest, Los Angeles: si lamenta che laggiù siano le quattro di notte) e gli spezzoni del contenzioso che ha visto protagonisti i tre democratici. Abituato come sono al filtro delle notizie ricevute nel mio paese (dove solitamente un cronista del TG si occupa di fornirmi la versione dei fatti) il tutto mi appare straordinariamente fresco e un poco naif, i candidati parlano una lingua rozza, triviale, terra terra, esprimono concetti basilari poco complessi, comprensibili anche per un bambino di sei anni. La politica americana, in questo spezzone che sto assorbendo e nel modo in cui la gente me ne parlerà, appare qualcosa di più vicino al tifo calcistico e allo stesso tempo misto alla vendita
di un auto: il candidato è il prodotto perfetto da vendere e allo stesso tempo deve colpire allo stomaco.
Sono le otto, il mio taxi arriva in orario e conosco Tony, di origine Boliviana, il mio autista. Due minuti di contrattazione ed ecco che, alla modica cifra di 120 $, ho chi mi scarrozzerà tutto il giorno fino a domani all'aeroporto. Quindi carico la mia valigia e partiamo: meta, il mio incontro di lavoro.
Con il giorno gli occhi hanno modo di osservare Orlando, i sobborghi e il centro città, la downtown. Il cemento e l'asfalto, i palazzi e i grattacieli, le strade e i semafori, tutto concorre a una grande assenza: é un immenso pianeta disabitato, dove le presenza umana si intravede dentro le macchine, si immagina dietro le tende delle case, fra le costruzioni che si elevano un po' ovunque, ma si incontra a fatica per la strade, della periferia come del centro.
Arrivo nell'azienda dove mi attendono, in perfetto orario.
La prima cosa che accade è che vengo portato dalla receptionist di sessant'anni, alta, magra con capelli corti ricci e bianchi - si chiama Cindy - in una stanza piena di cibarie e cose da bere (analcoliche, ovviamente). Pare sia la rest room dell'azienda. Tutti gli impiegati ne usufruiscono, almeno cinque persone (delle quindici che incontrerò)
sono obese. Molto gentilmente vengo fatto accomodare, mi posso servire da solo. Non me lo ripeti due volte, sorella. Dopo 5 minuti di orgia mental-gastronomica vengo dislocato in un'altra stanza, dove una tavolata di businessman mi attende in gloria. Hanno tutti dai 55 ai 70 anni e il cappellino da baseball in testa. Io ho 34 anni, un trolley in una mano, il beverone nell'altra, la bocca piena di noccioline e sono vestito come Tony Manero. Mi guardano come fossi un marziano, c'é da capirli.
Il meeting comunque prende l'abbrivio e funziona bene: faccio la mia parte e parlo per due ore fluentemente, racconto persino un paio di storielle divertenti, facendo ridere il team di sette persone che ho di fronte. Mi sento un pò come il barista al centro del ring che ieri mi ha servito il cheeseburger; un giullare. Ma se funziona per loro, evidentemente funziona per me.
Esco portando a casa buone possibilità di chiudere un contratto.
Sono le undici di mattina e ho finito di lavorare. Tony il tassista boliviano mi aspetta fuori con la sua Lincoln, un macchinone che immagino bere allegramente galloni di benzina manco fosse spuma, senza il minimo ritegno ambientale. Prima di uscire faccio tappa alla reception, da Cindy, cara e dolce Cindy, che ha provveduto gentilmente ad indicarmi su di una mappa i luoghi da vedere a Orlando. Cindy è fiera del suo lavoro, mi ripete un paio di volte "sai, sono molto brava a dare indicazioni", con un sorriso che richiede una sola risposta: "è vero Cindy, sei molto brava". Il risultato é comunque magro. Nella lista ci sono poche cose da vedere, qui a Orlando Florida. Disneyworld é naturalmente al numero uno, ma io non sono interessato, ho passato l'età, almeno anagraficamente, quindi passo al numero due, la Millenia Mall, il centro più in della Florida. La situazione si prospetta triste, e quindi chiedo lumi a Tony, in cerca della folgorazione verso Damasco.
Il tassista, peró, è categorico; non c'é niente a Orlando, a parte le Mall. Di quelle, se voglio, ce ne sono in quantità, e per tutte le tasche. La Millenia è la più esclusiva. Quando chiedo se esiste un centro storico Tony si gira e mi guarda come se avessi bestemmiato. Ok, vada per il Millenia Mall.
Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

Mattina, nuovo giorno, nuova vita ad Orlando. Scendo nella hall ed entro nella sala breakfast con la mia valigia-trolly-porta-computer: lì mi rifornisco e rifocillo della mancata cena di ieri con la colazione dei campioni: beverone di caffè e pancake, di fronte ho la tv perennemente accesa sul canale delle news, la CNN. Le primarie dei repubblicani e dei democratici tengono banco, la ex first lady ha appena sbaragliato i suoi avversari principali (i più accreditati sono un afro americano che ha un nome da nemico numero 1 - Barack Hussein Obama - e un più rassicurante John Edwards) in uno stato minore, il Michigan.
Seguo per qualche minuto il dibattito fra i cronisti (uno trasmette dalla costa ovest, Los Angeles: si lamenta che laggiù siano le quattro di notte) e gli spezzoni del contenzioso che ha visto protagonisti i tre democratici. Abituato come sono al filtro delle notizie ricevute nel mio paese (dove solitamente un cronista del TG si occupa di fornirmi la versione dei fatti) il tutto mi appare straordinariamente fresco e un poco naif, i candidati parlano una lingua rozza, triviale, terra terra, esprimono concetti basilari poco complessi, comprensibili anche per un bambino di sei anni. La politica americana, in questo spezzone che sto assorbendo e nel modo in cui la gente me ne parlerà, appare qualcosa di più vicino al tifo calcistico e allo stesso tempo misto alla vendita
di un auto: il candidato è il prodotto perfetto da vendere e allo stesso tempo deve colpire allo stomaco.
Sono le otto, il mio taxi arriva in orario e conosco Tony, di origine Boliviana, il mio autista. Due minuti di contrattazione ed ecco che, alla modica cifra di 120 $, ho chi mi scarrozzerà tutto il giorno fino a domani all'aeroporto. Quindi carico la mia valigia e partiamo: meta, il mio incontro di lavoro.
Con il giorno gli occhi hanno modo di osservare Orlando, i sobborghi e il centro città, la downtown. Il cemento e l'asfalto, i palazzi e i grattacieli, le strade e i semafori, tutto concorre a una grande assenza: é un immenso pianeta disabitato, dove le presenza umana si intravede dentro le macchine, si immagina dietro le tende delle case, fra le costruzioni che si elevano un po' ovunque, ma si incontra a fatica per la strade, della periferia come del centro.
Arrivo nell'azienda dove mi attendono, in perfetto orario.
La prima cosa che accade è che vengo portato dalla receptionist di sessant'anni, alta, magra con capelli corti ricci e bianchi - si chiama Cindy - in una stanza piena di cibarie e cose da bere (analcoliche, ovviamente). Pare sia la rest room dell'azienda. Tutti gli impiegati ne usufruiscono, almeno cinque persone (delle quindici che incontrerò)
sono obese. Molto gentilmente vengo fatto accomodare, mi posso servire da solo. Non me lo ripeti due volte, sorella. Dopo 5 minuti di orgia mental-gastronomica vengo dislocato in un'altra stanza, dove una tavolata di businessman mi attende in gloria. Hanno tutti dai 55 ai 70 anni e il cappellino da baseball in testa. Io ho 34 anni, un trolley in una mano, il beverone nell'altra, la bocca piena di noccioline e sono vestito come Tony Manero. Mi guardano come fossi un marziano, c'é da capirli.
Il meeting comunque prende l'abbrivio e funziona bene: faccio la mia parte e parlo per due ore fluentemente, racconto persino un paio di storielle divertenti, facendo ridere il team di sette persone che ho di fronte. Mi sento un pò come il barista al centro del ring che ieri mi ha servito il cheeseburger; un giullare. Ma se funziona per loro, evidentemente funziona per me.
Esco portando a casa buone possibilità di chiudere un contratto.
Sono le undici di mattina e ho finito di lavorare. Tony il tassista boliviano mi aspetta fuori con la sua Lincoln, un macchinone che immagino bere allegramente galloni di benzina manco fosse spuma, senza il minimo ritegno ambientale. Prima di uscire faccio tappa alla reception, da Cindy, cara e dolce Cindy, che ha provveduto gentilmente ad indicarmi su di una mappa i luoghi da vedere a Orlando. Cindy è fiera del suo lavoro, mi ripete un paio di volte "sai, sono molto brava a dare indicazioni", con un sorriso che richiede una sola risposta: "è vero Cindy, sei molto brava". Il risultato é comunque magro. Nella lista ci sono poche cose da vedere, qui a Orlando Florida. Disneyworld é naturalmente al numero uno, ma io non sono interessato, ho passato l'età, almeno anagraficamente, quindi passo al numero due, la Millenia Mall, il centro più in della Florida. La situazione si prospetta triste, e quindi chiedo lumi a Tony, in cerca della folgorazione verso Damasco.
Il tassista, peró, è categorico; non c'é niente a Orlando, a parte le Mall. Di quelle, se voglio, ce ne sono in quantità, e per tutte le tasche. La Millenia è la più esclusiva. Quando chiedo se esiste un centro storico Tony si gira e mi guarda come se avessi bestemmiato. Ok, vada per il Millenia Mall.
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C.M. #1
L'appuntato Gregorelli ha appena tratto in arresto il giovane ventiduenne R.F. con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio (la sinossi è quella di sempre: 50 grammi di coca, un bilancino di precisione e un'ingente somma di denaro contante, probabile provento delle attività di spaccio). Mentre il carabiniere chiudeva la porta del cellulare per tradurre il reo presso il carcere di Regina Coeli, questi gli ha giurato vendetta affrontandolo occhi negli occhi, i polsi stretti da due anelli di metallo dietro la schiena: - stai pronto, figlio di puttana, che esco presto e quando esco ti ritrovo e t'ammazzo.
Gregorelli lancia una voce al collega della penitenziaria: salgo dietro con lui, dichiara. Guardami bene, sussurra Gregorelli al giovane. Mentre il furgone si mette in marcia, l'appuntato prende il manganello e gli fracassa naso e zigomo con due colpi secchi: così quando esci, suggerisce rimettendo il manganello nella cintura, io ti riconosco da lontano, e tu ti ricordi di me anche senza vedermi.
(da "Cronache minime")
Gregorelli lancia una voce al collega della penitenziaria: salgo dietro con lui, dichiara. Guardami bene, sussurra Gregorelli al giovane. Mentre il furgone si mette in marcia, l'appuntato prende il manganello e gli fracassa naso e zigomo con due colpi secchi: così quando esci, suggerisce rimettendo il manganello nella cintura, io ti riconosco da lontano, e tu ti ricordi di me anche senza vedermi.
(da "Cronache minime")
Diario del viaggiatore maldestro - AmericAnabasi #1
Diario del viaggiatore maldestro
Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.
Orlando, Florida - USA
Eccomi fuori dall'aeroporto, sono negli States; dopo lunga trattazione e gestazione, dopo essermi tolto le scarpe quattro volte, passando attraverso cinque scanner umani e tre bagagliani - con relativa multipla estrazione ed inserzione del portatile dalla borsa, dopo aver lasciato due delle mie dieci impronte digitali ad un grande archivio, dopo il relativo interrogatorio (chi sei, cosa fai, dove vai, quando vai, per quanto stai e perché fai) reiterato due volte con due differenti ufficiali, dopo aver rilasciato al suddetto mega archivio una foto segnaletica - ma il tutto, bisogna ammetterlo, con una rapidità che fa sentire cibo in uno scatolettificio automatizzato - ecco, finalmente ci sono, posso a tutti gli effetti perdermi in questo mare immenso che prende il nome di Stati Uniti, felice di sentirmi nessuno in mezzo alla marea. Che poi nessuno in mezzo alla marea lo ero tranquillamente anche prima, ma ora, da americani, è tutta un'altra storia. Detto fatto iniziano le prime azioni e riesco a tuffarmi in un cocktail bar interno all'aeroporto, di quelli con il barista al centro che fa il giullare e tutti i clienti in cerchio a fare I clienti. Ordino un cheeseburger e una birra, che altro? Sono ad Orlando, nel centro della Florida, ho una carta di credito, settecento dollari da spendere: finché ci sono questi dovrei essere salvo. Esco e ho la prima sorpresa, il clima non è poi tropicale, fa freddino e la prima impressione è di essere in mezzo al deserto. Non fraintendiamoci, presenze umane ce ne sono, cemento a volontà, ma qualcosa di indefinito nell'aria suggerisce che la gestione dello spazio è differente. Cerco un taxi, non è una cosa semplicissima, potrei anche arrischiarmi in una vera avventura noleggiando una macchina per i miei propositi, ma l'immagine di me sdraiato in uno dei sobborghi di Orlando senza niente addosso tranne qualche livido e l'ultima verginità che mi rimaneva persa, mi distoglie dal proposito del pioniere. Taxi, quindi: dopo una piccola attesa un intermediario mi affibbia un bigliettino che tengo in mano dieci secondi. Prima che abbia avuto modo di capire a cosa serve, un tassista me lo toglie di mano e mi chiede dove voglio andare. Ho prenotato un albergo vicino al luogo del meeting, domani ho il mio lavoro da businessman che mi attende. Seconda sorpresa, sono fifty bugs per arrivarci. Cinquanta dollari e mezz'ora di macchina. Il mio gruzzoletto si assottiglia in fretta, e il mio stomaco langue, American Airlines non ha provveduto al cibo in volo (se paghi, ovviamente, altra storia). L'albergo si chiama Extended Stay, non è il classico Hotel, non è un Motel, è una sorta di appartamento, provvisto di tutto eccetto quello che vorrei: cibo. Poco male, ci sarà qualcosa nelle vicinanze, vado alla reception e chiedo. Nuova sorpresa, sono nel mezzo del niente, sono le 10 di sera e dovrei prendere nuovamente un taxi, che cmq devo pre-allertare perché venga a prendermi domani mattina. Risultato: a letto senza cena, ma genuinamente americano.
Da qualche anno il mio ruolo di viaggiatore si è fatto più corposo, essendo le mie trasferte in giro per il globo aumentate di intensità a causa di un buffo lavoro che neanche io so definire con esattezza. Mi sono trovato così involontario protagonista di disavventure causate dall’essere il contrario del viaggiatore on the road consumato. Al contempo il trovarmi in luoghi talmente ricchi di profumi, colori, sapori, esperienze e vite diverse dalla mia, mi ha posto in condizione di non poter fare a meno di raccontarli. Il DVM è quindi la fedele ricostruzione dei miei viaggi, di ciò che ho visto e vissuto, sempre in prima persona.

Eccomi fuori dall'aeroporto, sono negli States; dopo lunga trattazione e gestazione, dopo essermi tolto le scarpe quattro volte, passando attraverso cinque scanner umani e tre bagagliani - con relativa multipla estrazione ed inserzione del portatile dalla borsa, dopo aver lasciato due delle mie dieci impronte digitali ad un grande archivio, dopo il relativo interrogatorio (chi sei, cosa fai, dove vai, quando vai, per quanto stai e perché fai) reiterato due volte con due differenti ufficiali, dopo aver rilasciato al suddetto mega archivio una foto segnaletica - ma il tutto, bisogna ammetterlo, con una rapidità che fa sentire cibo in uno scatolettificio automatizzato - ecco, finalmente ci sono, posso a tutti gli effetti perdermi in questo mare immenso che prende il nome di Stati Uniti, felice di sentirmi nessuno in mezzo alla marea. Che poi nessuno in mezzo alla marea lo ero tranquillamente anche prima, ma ora, da americani, è tutta un'altra storia. Detto fatto iniziano le prime azioni e riesco a tuffarmi in un cocktail bar interno all'aeroporto, di quelli con il barista al centro che fa il giullare e tutti i clienti in cerchio a fare I clienti. Ordino un cheeseburger e una birra, che altro? Sono ad Orlando, nel centro della Florida, ho una carta di credito, settecento dollari da spendere: finché ci sono questi dovrei essere salvo. Esco e ho la prima sorpresa, il clima non è poi tropicale, fa freddino e la prima impressione è di essere in mezzo al deserto. Non fraintendiamoci, presenze umane ce ne sono, cemento a volontà, ma qualcosa di indefinito nell'aria suggerisce che la gestione dello spazio è differente. Cerco un taxi, non è una cosa semplicissima, potrei anche arrischiarmi in una vera avventura noleggiando una macchina per i miei propositi, ma l'immagine di me sdraiato in uno dei sobborghi di Orlando senza niente addosso tranne qualche livido e l'ultima verginità che mi rimaneva persa, mi distoglie dal proposito del pioniere. Taxi, quindi: dopo una piccola attesa un intermediario mi affibbia un bigliettino che tengo in mano dieci secondi. Prima che abbia avuto modo di capire a cosa serve, un tassista me lo toglie di mano e mi chiede dove voglio andare. Ho prenotato un albergo vicino al luogo del meeting, domani ho il mio lavoro da businessman che mi attende. Seconda sorpresa, sono fifty bugs per arrivarci. Cinquanta dollari e mezz'ora di macchina. Il mio gruzzoletto si assottiglia in fretta, e il mio stomaco langue, American Airlines non ha provveduto al cibo in volo (se paghi, ovviamente, altra storia). L'albergo si chiama Extended Stay, non è il classico Hotel, non è un Motel, è una sorta di appartamento, provvisto di tutto eccetto quello che vorrei: cibo. Poco male, ci sarà qualcosa nelle vicinanze, vado alla reception e chiedo. Nuova sorpresa, sono nel mezzo del niente, sono le 10 di sera e dovrei prendere nuovamente un taxi, che cmq devo pre-allertare perché venga a prendermi domani mattina. Risultato: a letto senza cena, ma genuinamente americano.
Des Rosiers
Mon, Jan 2008 03:02
| Ciumeo Edizioni
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